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Rocco Papaleo e Vanessa Scalera in Il bene comune
Dalle parti di Biagio, ex ufficiale reinventatosi guida turistica nel Parco del Pollino e preparatore atletico del malinconico nipote, si “sogna a vanvera”, la conclusione di un aneddoto è più importante di una telefonata di lavoro e l’onestà è un’attitudine esistenziale prima che morale. Il bene comune non è solo quello che racconta e celebra ai viaggiatori, quella natura che resiste nonostante le intemperie e trova il suo simbolo nel Pino Loricato, albero millenario che incarna la resilienza, la tempra, l’identità di tutta la regione lucana. Nell’attivismo gentile di Biagio, Il bene comune è la tutela di un patrimonio culturale che trova referenza simbolica e ispirazione nel paesaggio e nel suo ascolto.
Ascolto, appunto, perché Il bene comune è soprattutto un film di Rocco Papaleo, che da attore (e sceneggiatore con il sodale Valter Lupo) si è cucito addosso un personaggio trasparente e quasi fuori dal tempo e da regista porta ancora una volta lo spirito e la formula del teatro-canzone sul grande schermo. A sedici anni da Basilicata coast to coast (che, se non il migliore, resta il manifesto di una poetica), il cinema teneramente scordato di Papaleo continua a cercare una via di fuga al realismo: si prende i suoi tempi e i suoi spazi, chiede il favore di non esigere certezze per coltivare il piacere del tentennamento, è sempre più convinto che ci si salva e si va avanti solo se si agisce insieme e non solo uno per uno (è sempre una piccola impresa meridionale, dove impresa ha valore umanista e non industriale).


Rocco Papaleo in Il bene comune
(Riccardo Ghilardi)Soprattutto nella prima parte del suo quinto film d’autore, i protagonisti si mettono in dialogo con il pubblico dentro quadretti che irrompono nella narrazione portando il film altrove: i costumi di Sara Fanelli, gli strumenti musicali diversi per ognuno, la location rupestre suggeriscono una dimensione onirica, fiabesca, teatrale in cui trasfigurare il dato biografico attraverso monologhi attraversati da una precisa sensibilità jazz (la colonna sonora è di Michele Braga).
La cifra di Papaleo è tutta in questa coerente scelta poetica, che non è solo una questione formale ma anche concettuale: è il suo modo per dare voce alle protagoniste, ognuna con tanta storia e tante facce nella memoria, provando a dare una consistenza meno didascalica alle rivelazioni che ci permettono di capire le vite di prima. Biagio, infatti, viene contattato da Raffaella, un’attrice poco fortunata che cura un laboratorio di teatro sensoriale in una casa d’accoglienza per detenute prossime a finire la pena: i due, che da subito sembrano avere una certa simpatia reciproca, accompagnano le quattro donne nel lungo itinerario verso il secolare Pino Loricato, fonte d’ispirazione per lavorare sulla resilienza.


Claudia Pandolfi in Il bene comune
Il bene comune si regge molto sulla professionalità del cast, dominato da una solare Vanessa Scalera che capitalizza l’attitudine da capocomico e composto da Claudia Pandolfi (una madre che ha osato immaginare l’emancipazione dal marito ricco e violento), Teresa Saponangelo (un’infermiera che ha perso il lavoro e si improvvisa criminale senza successo), Livia Ferri (cantautrice alla prima volta d’attrice, qui musicista traumatizzata da un tradimento), Rosanna Sparapano (un’hacker insospettabile) e Andrea Fuorto (il nipote spaesato, che regala una gustosa e improvvisa imitazione di Papaleo).
Pur sincero, gentile e ben intenzionato, Il bene comune convince – o comunque funziona – più nel come che nel cosa. Il racconto collettivo è serenamente edificante e qua e là un po’ meccanico, ma forse per fare la differenza ci sarebbe voluto un maggiore coraggio nell’esplorare meglio la commistione con il teatro-canzone, nel definire in modo più fluido il rapporto tra i due piani, nel prendersi carico fino in fondo di questa originalità nell’approccio.

