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Carlotta Gamba si racconta a Gianluca Arnone per Cinematografo Incontra @Gaia Callegaro
Era la prima volta che lo vedeva su schermo grande. Arriva emozionata Carlotta Gamba. Ne Il Grande Giaffa, opera prima di Marco Santi che ha aperto la 41ª Settimana Internazionale della Critica, è Isabel, la donna che orbita attorno a Giacomo Falta, il giornalista invisibile interpretato da Edoardo Pesce che in una notte decide di diventare qualcun altro pur di essere visto. Un film sulla popolarità immotivata, portato al Lido da un'attrice che della visibilità diffida. Ha ventinove anni, undici titoli alle spalle e un David Rivelazioni Italiane.
Mi ha colpito, del film, la solitudine risolta nell'emulazione. Il bisogno di essere riconoscibili e riconosciuti in qualcun altro. C'è stato un grande Giaffa nella tua vita, anche professionale? Qualcuno che avresti voluto essere?
Ce ne sono tanti, e ce ne saranno altri. Cambiano sempre negli anni. In questo momento della mia vita ti direi mia zia.
Tua zia. Perché?
Per la semplicità dei valori. Per la pazienza, per la costanza.
Ti stai emozionando.
Mi sto emozionando, sì. È molto difficile essere semplici. È una cosa che capisci con il tempo.
Come sei arrivata a Isabel? Perché non è soltanto lo sparring partner del personaggio di Pesce, è quasi speculare a lui.
Ho conosciuto questo film attraverso Isabel, è la prima cosa che ho letto. Mi sono divertita tantissimo, l'ho immaginata subito. Poi ho fatto il provino e mi sono trovata in difficoltà: questi cambi d'umore, l'esuberanza e la tristezza tutte insieme mi attiravano moltissimo, ma non sento che mi appartengano. Quindi è stata difficile da interpretare. Una sfida.
Tu sei più tranquilla?
Non lo so, bisognerebbe chiederlo alle persone che mi stanno vicino. Penso di no. Però Isabel non mi somiglia: se dovessi descrivermi, non mi descriverei come lei.


Il Grande Giaffa (2026)
Il personaggio ti dava qualcosa che non hai.
Mi dava una grandissima libertà. Pochissimi pregiudizi verso me stessa e verso gli altri. La libertà di essere tutto. Con lui si lascia andare: in una sola scena la vedi felice e triste, e dice anche cose molto dure, e poi comincia a sognare. È tutto un cerchio che gira.
Sai che cosa mi ha ricordato? A proposito di grandi Giaffa. Monica Vitti.
Aiuto, ora sì che mi spavento!
Il personaggio è quello. Non sai mai che cosa farà nella scena dopo. È uno svolazzo un po' folle, un po' birichino, in fondo divertente.
E alla fine è lei che porta lui sul palco. È lei che lo completa, e insieme è lei che trova il proprio spazio dentro di lui. Secondo me la critica del film sta qui: dovremmo avere il coraggio di domandarci chi siamo, prima di cercare di emulare qualcun altro e di riempire il nostro vuoto con il vuoto di un altro. Siamo tutti in difficoltà. Io sono molto in difficoltà rispetto a questa domanda. Lo è anche Isabel, e in questo ci siamo trovate vicine.
Il grande Giaffa oggi potrebbe benissimo essere un account social. La figura fittizia dietro cui ci nascondiamo. Quanto è contemporaneo questo film?
Lo chiedi a me? Faccio l'attrice e allo stesso tempo vorrei scomparire.
Non sei molto social, in effetti.
Ecco, appunto. Sono due entità che mi abitano, e credo abitino un po' tutti. C'è questo bisogno di sentirsi visti, di sentirsi amati, riconosciuti. Anzi, accettati. Il film è contemporaneo adesso ma secondo me lo sarebbe stato anche in passato, perché quel bisogno di essere accettati per quello che si è c'è sempre stato. E il film dice: prova a diventare qualcos'altro e ci arriverai. Solo che quella è la strada più facile. In una notte un uomo diventa un attore, mentre è molto più complicato di così.
C'è l'altro lato della medaglia, però. L'ignoranza di chi guarda.
Certo, l'allucinazione è del paese intero rispetto a quest'uomo che sta su un palco. Che cosa fa, lassù? Forse Giacomo Falta è l'unico che lo vede per quello che è, non capisce, ed è l'unica pecora nera in mezzo agli altri. A quel punto pensa: allora sbaglio io. È una brutta sensazione. Ed è meno pauroso credere al racconto degli altri e stare con loro.


Il Grande Giaffa (2026)
A proposito di come ci raccontiamo le cose. Avrai seguito la polemica di questa 83ª Mostra sulla presenza delle registe. Ho avuto tre ospiti donne e ho fatto a tutte la stessa domanda…
E non c'è scampo.
Non c'è scampo.
Io mi sento un po' un'outsider, vivo nella mia stanzetta, e posso sbagliare anche in questo: mi viene difficile prendere la parola per tutte. So per certo che dei dislivelli ci sono, anche nel riconoscimento di questo lavoro. È inevitabile, è raccontato, ci sono i dati, e questo dispiace. Ci sono attrici prima di me che si fanno valere e che cercano di far rispettare un'uguaglianza, ed è tutto giusto. Mi sembra di dire una cosa ovvia. Io personalmente ho lavorato con tantissime registe: nel mio parterre di registi, le donne sono la maggioranza.
È il controcanto a quella narrazione.
È andata così, e sono contenta di stare da questa parte. Ma bisognerebbe chiederlo alle registe. Fare la regista dev'essere una condizione molto solitaria.
È diverso lavorare con una regista?
Sì. Assolutamente sì.
Che cosa cambia?
Con le donne sento un collegamento naturale. Non so dirlo meglio. C'è un modo diverso di guardarsi e di dirsi le cose. E forse anch'io do più fiducia alle donne, magari è brutto da dire. Se un'indicazione me la dà una donna, normalmente non ci sto troppo a pensare. C'è una sorellanza, e sento che è anche il mio modo di parlare, quindi lo riconosco di più. Poi rispetto al direttore, più che la qualità io cerco la sincerità. La sento, quando un film è scritto con un fuoco dentro. Secondo me è quella la cosa da mettere a fuoco.
Hai un percorso attoriale molto particolare, i tuoi personaggi non sono quasi mai convenzionali. Senza fare la classifica dei preferiti, sei contenta del tuo percorso?
Ora mi commuovo di nuovo.
È una bella commozione, questa. Vuol dire che sei contenta.
Sì. Come dicevo prima, la sincerità paga. Sono contenta.
Sei partita dalla musica: il violoncello, il conservatorio, una band. Quella parte dov'è finita?
La musica c'è ancora. È quella che mi accompagna sui set, nelle scene difficili. Mi faccio trasportare, mi aiuta a tenere la concentrazione e a tirare fuori le emozioni complicate. Dal primo film ho cominciato a mettermi le cuffiette e non le ho più lasciate. E poi la musica di strada è stata una scuola enorme: andavo a suonare per strada, e per strada la gente se non è interessata non si ferma. Devi crederci e continuare, al freddo, al gelo.
Non hai ancora trent'anni. Quest'estate abbiamo visto con enorme piacere che la generazione Z è tornata in sala. Non al cinema italiano, perché non c'era, ma al cinema. Hai fiducia in questa generazione?
Tantissima. Ho amiche attrici giovanissime che si stanno facendo spazio con una dignità e una bravura enormi. E ho un fratello più piccolo e uno più grande. Sento che questa generazione è al tempo stesso molto forte e molto sensibile, e questo connubio per me è bellissimo. Porterà a cose belle, perché con la forza dobbiamo ancora raggiungere un sacco di cose che ci mancano.
Qual è la battaglia generazionale? Lo chiedo perché qualcuno ha scritto che il cinema italiano non ha il coraggio di confrontarsi con la realtà, ed è ripiegato su di sé. Non dico che le giovani generazioni debbano scendere in piazza, ma sembra siano senza quell'ardore di dire: voglio il mondo così.
Questo secondo me non si può dire. Le nuove generazioni hanno un senso di comunità e insieme un fortissimo senso personale, che non deve mancare e che non è sbagliato avere. Quindi no, non lo penso affatto. Semmai dobbiamo ricostruirci un mondo in cui ci sentiamo nostri. Noi stiamo arrivando nel vostro, che non è a nostra misura. Anche questo film lo racconta: sentire di poterci stare per come siamo. Che su quel palcoscenico ci possano stare tutti.



