Fin dagli esordi, con La fine del gioco e Colpire al cuore, Gianni Amelio ha posto la stessa domanda che attraversa tutto il suo cinema: “Che cosa saresti disposto a fare per amore?”. È un interrogativo che indaga le crepe della coscienza individuale, davanti ai pregiudizi e alle ingiustizie del mondo. Nessun dolore aggiunge un nuovo tassello, investendo lo spettatore con la sua bruciante attualità.

Presentato Fuori Concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Nessun dolore mette al centro il senso di colpa e la capacità di aprirsi al prossimo. In un film che riannoda i fili del suo umanesimo, Amelio scava nelle ferite del nostro tempo. Ritroviamo l'insopprimibile bisogno di empatia già esplorato in La tenerezza, la scoperta di una sorta paternità imprevista nel carabiniere di Il ladro di bambini, il viaggio disperato dei profughi in Lamerica.

Se in Così ridevano il fratello minore si sacrifica per proteggere l'altro, in Porte aperte e nel recente Campo di battaglia il regista afferma la necessità di un bisogno impossibile: ottenere una salvezza del singolo che potesse rivelarsi universale. Se in Le chiavi di casa e in Il signore delle formiche la difesa della libertà e dell'inclusione rappresentavano il tribunale morale su cui misurare l'ipocrisia dei benpensanti e della comunità civile, in Nessun dolore la tensione etica incontra la dimensione viva del dramma urbano.

Il film segue Davide (Alessandro Borghi), un libraio di Roma travolto da un tragico incidente e dal rimorso per la sorte di un piccolo sconosciuto. Nel tentativo di riscattare il proprio errore e trovare risposta a un segreto bisogno di redenzione, l’uomo decide di ospitare Aminah, una ragazza algerina incinta. Quel primo gesto spontaneo si trasforma in un'esperienza di solidarietà incontrollabile, in cui le ombre non tardano ad arrivare, con un’escalation nell’ospitalità che gli sfugge di mano. Il suo lavoro di libraio è via di estinzione, anche le pagine scritte sono vittime. Nella casa devastata da vandali sconosciuti non a caso sul pavimento ci sono i volumi abbandonati. Nessuno sembra voler più leggere: Davide fallisce anche quando prova a regalarli.

A fargli da contraltare è Elsa, con il volto intenso di Valeria Golino. Lei è la parte razionale di Davide, è una docente universitaria. Ma resta uno spirito libero, che in passato è stato avventato. Da giovane è fuggita con il suo professore, che ora accudisce nonostante sia ormai inerte per la malattia terminale. A colpire è la sequenza di quell’ultima carezza che si proietta nel dolore dell’oggi. L’amore di Elsa per il suo uomo è speculare a quello che Davide ha per il bambino.

Il regista concentra la narrazione sullo scontro continuo tra i vincoli dello Stato e la disponibilità ad accogliere l'altro. L'appartamento di Davide perde i propri confini domestici per incarnare il simbolo di una società incapace di aiutare l’indigenza. Nel cinema di Amelio lo spazio privato assume spesso una valenza politica: la casa non è mai una fortezza protettiva, ma un luogo di confronto fra ideali diversi. Come già accadeva nelle tappe del viaggio di Il ladro di bambini o nelle aule di tribunale di Porte aperte e Il signore delle formiche, il contesto civile si dimostra ostile all'impulso di umanità del singolo. In Nessun dolore si evita ogni risposta consolatoria, mettendo in luce l'attrito forse inevitabile tra il rigore delle leggi e la spontaneità dei sentimenti, e si ripropone il giudizio sulle migrazioni come evento esistenziale e sociale.

L’autore di Le chiavi di casa ha continuamente ribaltato la prospettiva storica, creando una connessione tra gli italiani in cerca di fortuna di ieri e lo straniero che sbarca nell’Italia di oggi. In Così ridevano, il dramma della migrazione interna a Torino negli anni del boom parlava della perdita dell'identità e dello sforzo di chi doveva rinunciare alle proprie radici per integrarsi. In Lamerica, l'esodo degli albanesi verso la terra promessa italiana ricordava quella dei nostri connazionali poveri ed emarginati verso le terre d’oltreoceano. Davide in Nessun dolore, come il cinico Gino in Lamerica, scopre nella cura dell’estraneo il senso della solidarietà. Non si tratta solo di uno sradicamento geografico, ma di un impulso affettivo in cui una nuova casa trasforma l'accoglienza nell'unica vera "patria" possibile in cui trovare rifugio.

Nessun dolore si sofferma su quale sia il prezzo della generosità, sottolineando che la pretesa di anestetizzare la sofferenza costituisce soltanto una fragile illusione. È un’indagine a suo modo cristologica, in cui alla fine uno straordinario Alessandro Borghi è il vero portatore della Croce. Appassionante.