Difficile smettere di sognare quando si assiste alle avventure di Woody e Buzz Lightyear. La strana coppia continua a emozionarci, e arriva alla quinta epopea. Non abbiamo ancora visto Toy Story 5 (in sala dal 18 giugno), ma abbiamo provato a immaginare come sarà parlando con l’uomo dietro la macchina da presa: Andrew Stanton. Questa volta i paladini devono confrontarsi con la tecnologia. Un tablet entra nel cuore dell’essere umano e sfratta i giocattoli. Il film è distribuito dalla Disney. “Mi piace vedere il tempo che scorre, analizzarlo. Ed è quello che ho fatto in Toy Story 5. I più piccoli crescono, la vita va avanti. Le persone cambiano, invecchiano. Ormai nessuno usa più i giocattoli, neanche i bambini. È una differenza importante, la tecnologia ha modificato la nostra concezione di divertimento. È tutto differente da quando è uscito il primo Toy Story, ed è quello che ho voluto raccontare”, spiega Stanton.

Come si è evoluto il franchise? Anche dal punto di vista della sceneggiatura.

Abbiamo capito come funzionava il gioco. Il primo era un esperimento, il secondo è stato un banco di prova per il concetto di sequel. C’è sempre stato qualcosa di speciale, in un universo sospeso tra nostalgia e innovazione. La nostra esistenza si specchia nei film che realizziamo. Quindi è interessante usarli come uno specchio, per analizzare dove siamo arrivati. Tra il secondo e il terzo capitolo sono passati un paio di lustri. Mi sono interrogato su come maturiamo, su che cosa significa andare al college, su come i giocattoli devono resistere al susseguirsi delle generazioni. Le regole sono diverse, non è più il 1995. Adesso c’è lo streaming, le serie, Il Trono di Spade. I confini geografici si sono allargati. Dobbiamo confrontarci con “mappe” più dettagliate, con molte storie che devono convivere tra loro in armonia. È tutto più grande. Con Toy Story nel 1995 è stata dura, ma indimenticabile. Eravamo felici, con qualche capello bianco in meno e molta più energia. Eravamo come una tribù, come una band che suonava in un garage. C’era anche un po’ di ingenuità.

Anche il cinema di animazione è cambiato. Quest’anno agli Oscar ha vinto KPop Demon Hunters, nel 2025 invece Flow – Un mondo da salvare, una coproduzione su cui sventolava la bandiera della Lettonia.

Devo confessare che sono un lupo solitario, non guardo molto il lavoro dei colleghi. Nel tempo libero preferisco leggere, visitare i musei. Non mi definisco un’autorità in materia. Però sono consapevole che stiamo attraversando un nuovo rinascimento. Arco di Ugo Bienvenu mi ha colpito molto, come anche la serie animata Scavengers Reign. C’è una moltitudine di voci che deve essere ascoltata. Ancora una volta è l’alba di un’era inaspettata. I pionieri prima del Duemila eravamo noi, non so quali saranno le sfide del futuro. Di sicuro il tema del momento è legato all’Intelligenza Artificiale. È difficile dire dove ci porterà. Già decenni fa, la computer grafica faceva paura. Il terrore era di essere rimpiazzati da una macchina. Però poi alcune professioni sono sparite e ne sono arrivate altre. È come se fosse un cerchio. Però la verità è che nessuno ha delle risposte, e soprattutto non sappiamo quali siano quelle giuste.

© 2025 Disney/Pixar. All Rights Reserved.
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(L-R): Buzz Lightyear (voiced by Tim Allen) and Woody (voiced by Tom Hanks) in Disney and Pixar's TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar. © 2025 Disney/Pixar. All Rights Reserved. (Pixar)

La Pixar è stata fondata il 3 febbraio del 1986, sono passati quarant’anni. Sono tanti o sono pochi?

Dipende dalla giornata (ride, ndr). Adesso mi sembra tantissimo. Quando penso ai titoli realizzati, al percorso fatto, mi sembra un’enormità. Nel 1995 non sapevamo neanche se ci fosse davvero un futuro per quel tipo di animazione. Pensarci mi fa sentire vecchio e stanco (ride, ndr). Però mi diverto ancora, e mi sembra sempre un regalo. Con Toy Story 5 volevo realizzare qualcosa che fosse diretto a tutti. C’è molta pressione, molte aspettative, ma a un certo punto è necessario lavorare con serenità. Bisogna adottare il punto di vista degli spettatori, immaginare quello che vorrebbero vedere. Prima si fa parte del pubblico, poi si diventa cineasti. Non porto sullo schermo storie che adotterò solo io, devono avere un valore che duri per sempre.

Lei ha vinto due Oscar: Alla ricerca di Nemo e WALL•E, un capolavoro.

Sembra passata un’eternità. Non me lo aspettavo. È stato un sogno che si è avverato. Nessuno dell’Academy anticipa nulla, perché la reazione, quando leggono il nome del vincitore, deve essere genuina. Mi ricordo che tutti quelli seduti in prima fila erano famosissimi, quindi li ignoravo. Durante la consegna della statuetta mi concentravo sulla luce, altrimenti non sarei riuscito a parlare. Dopo la vittoria non cambia nulla. Non si è per forza più intelligenti, il lavoro non è garantito. È un bel riconoscimento, ma adagiarsi sugli allori sarebbe un errore. Dopo sono aumentate le chiamate, i numeri di telefono in rubrica. Ma se non si hanno le idee giuste, non si va da nessuna parte. E soprattutto serve sempre un grande impegno. Poi si acquisisce una certa esperienza. Sapevo che WALL•E era speciale, ma non si sa come reagirà la platea, nonostante tutti gli sforzi.

Con l’andare degli anni forse WALL•E si è avvicinato sempre più alla realtà invece che alla fantascienza.

Potrebbe essere vero. Ma è proprio una delle regole del genere: scommettere su che cosa c’è all’orizzonte. C’è una parte di logica, che si basa su esperienze quotidiane. E poi c’è la fantasia, che non deve prendere il sopravvento. Stavo riscrivendo Alla ricerca di Nemo per la seconda volta, ero un po’ in crisi, quando mi è arrivata un’illuminazione su WALL•E: i primi minuti del film dovevano essere “puliti”, lasciando spazio solo alle emozioni. Ed è stata la carta vincente. Da quella luce ho capito che invece Alla ricerca di Nemo aveva bisogno del contrario, di un’anima dark, in controtendenza con lo spirito della Pixar. Questo ha suscitato parecchie preoccupazioni, è stato in anticipo su quello che sarebbe venuto dopo.

Qual è la sua formazione cinematografica?

Amo i classici, come tutti quelli che hanno una certa età (ride, ndr). Mi batte il cuore per Lawrence d’Arabia di David Lean, per Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg. Nel primo caso è stato il tono epico a emozionarmi, mi aveva accompagnato mio padre. Nel secondo avevo undici anni, ero andato in sala con mia madre e mio fratello. Spielberg l’ho poi conosciuto. Dopo WALL•E mi ha invitato a pranzo. Abbiamo parlato di effetti speciali, di aneddoti legati ai suoi film. E poi naturalmente di come E.T. avesse influenzato il personaggio di WALL•E. È stato un giorno indimenticabile.