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Toy Story 5 (2026)
Nel 1995 era stato Toy Story a inaugurare una nuova era per l'animazione ("Verso l'infinito - del digitale - e oltre", per citare il motto di uno dei suoi personaggi più iconici, Buzz Lightyear) e a imporre nel mondo dell'immaginario il marchio Pixar. Più di trent'anni dopo è di nuovo Toy Story, il quinto, l'indiziato a risollevare le sorti di uno studio che negli ultimi anni sembrava aver perso smalto, capacità di innovare e di trasformare le idee in mitologie familiari capaci di fare centinaia di milioni di dollari al botteghino. L'addio del genio John Lasseter, l'incorporazione nella Disney, la pandemia, la naturale stanchezza che prima o poi colpisce ogni avventura, anche quelle che sembravano intramontabili, avevano appannato il mito Pixar. Resistevano le vecchie properties come Inside Out, il cui secondo capitolo ha incassato più di un miliardo di dollari, e adesso appunto Toy Story, decisamente il miglior film Pixar da diversi anni a questa parte.


Toy Story 5 (2026)
Senza necessariamente strafare, inventarsi chissà che o proporre temi di rottura. Del resto, se bastassero i temi, vero peccato capitale dell'ultima Disney, a fare dei buoni film, saremmo tutti capaci. Invece serve il tocco, la sensibilità, la capacità di coniugare artigianato e tecnica, cuore e scaltrezza. È sempre stato questo a fare la differenza, e Toy Story 5 ne è la conferma. Al timone, del resto, c'è uno dei fondatori dello studio, Andrew Stanton, ormai secondo solo a Pete Docter dopo l'uscita di Lasseter. I temi, dicevamo, non sono nuovi, ma non per questo sono meno importanti. Tutta la saga ruota apparentemente intorno alla paura dello scarto, dell'inservibilità, dell'obsolescenza, ma in effetti intorno alla fondamentale importanza dell'essere riconosciuti. Esse est percipi, scriveva Berkeley di tutte le cose. Nel caso di Toy Story, questo vale tanto per i giocattoli, che vivono finché c'è un bambino che ci gioca, quanto per i bambini.


Toy Story 5 (2026)
Qui sta la novità del nuovo capitolo: i bambini crescono, guardano con meno interesse i vecchi giocattoli che stimolavano la loro fantasia, la loro immaginazione, che suggerivano loro di creare legami, quindi storie, narrazioni (la Pixar sta parlando di se stessa?), e si rivolgono ai nuovi "passatempi", i dispositivi tecnologici, i tablet per bambini che sono l'anticamera degli smartphone degli adulti. E a farne le spese non sono solo Jessie, vera eroina del quinto, & co. (in rilievo soprattutto Buzz e i nuovi prototipi digitali), ma gli stessi bambini e il mondo che verrà. Bonnie, la piccola protagonista, ha difficoltà a fare amicizia con i coetanei, e allora i genitori decidono di aiutarla regalandole un tablet intelligente, Lilypad, che invece ne aggraverà l'isolamento, mettendola in contatto con altre bimbe ormai dipendenti da questi congegni, al punto da non guardarsi nemmeno più in faccia. Esse est percipi. Se non ci guardiamo nemmeno più in faccia, chi siamo?


Toy Story 5 (2026)
Il tema, dunque, è ritrovare il proprio posto nel mondo attraverso questo atto reciproco di riconoscimento, la scoperta di un altro che ci veda, che ci dica chi siamo. Ed è già tutto nel prologo del film quando, da un carico disperso su un’isola deserta, nuovi e ipertecnologici Buzz Lightyear si risvegliano e, attraverso la visione di una stella, si attivano cercando la loro missione, ovvero capire chi sono. Ma è anche il percorso dei giocattoli fisici, reliquie di un mondo analogico, materico, sulla cui nostalgia il cinema contemporaneo torna sempre più spesso. Nelle facili ironie sull'invecchiamento di Woody (che inizia a far vedere la pelata e un po' di pancia) e nella minaccia, per tutti gli altri, di finire inscatolati in magazzino, c'è l'incapacità di accettare la logica del tempo che passa e la necessità di ricollocarsi, di ritrovare un senso in questo declinare di tutte le cose, una ragion d'essere che vada oltre l'esclusività del rapporto (la relazione tra il giocattolo e il bambino, tra Jessie e Bonnie in questo caso) e si riscopra parte di un movimento più grande, di un insieme più ampio. Nel caso di Jessie è la scoperta di essere importante per altri bambini che verranno. La filosofia del Tempo che supera quella dello Spazio.


Toy Story 5 (2026)
Sempre con la disinvoltura di un film capace di passare dal coming of age all'avventura, dalla commedia al western con la fluidità delle stagioni migliori, ma che non riesce, e come potrebbe del resto, a risolvere tutte le aporie in cui si dibatte. Perché se il merito di Toy Story 5 è di non fermarsi alla stigmatizzazione della tecnologia (sarebbe stato ipocrita, da parte di uno studio che sulla tecnologia ha fondato la propria rivoluzione), il suo limite è di non saper proporre molto altro. Prima una differenza la mostra, scritta tutta nell'isolamento di Bonnie, nei volti che non si cercano più. Poi però non la pensa fino in fondo. Preferisce una terza via tranquillizzante, in cui vecchi giocattoli e nuovi passatempi convivono, possono convivere, come se tra un pupazzo e un tablet non ci fosse una vera distanza ontologica, ma solo un aggiornamento di stato. Come se i primi non stimolassero certe abilità nel bambino, fantasia, immaginazione, linguaggio. E come se i secondi non avessero, su quelle stesse abilità, effetti anche preoccupanti. Demonizzare no, ma nemmeno avallare riconciliazioni alla buona, che meriterebbero quantomeno un po' più di discussione. E se a un cartoon, forse, è troppo chiedere, alla Pixar invece sì. In onore della sua storia e della sua ritrovata sintonia con le storie.
