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Pif in ...che Dio perdona a tutti
Arturo ha superato i quaranta, fa l'agente immobiliare a Palermo e ha un'unica, incrollabile religione: i dolci alla ricotta. In una pasticceria incontra Flora, la donna della sua vita. Pasticcera, intraprendente e profondamente cattolica. Per conquistarla, Arturo si professa devoto nonostante abbia dimenticato persino il Padre Nostro. Ma quando la verità viene a galla, Arturo decide di seguire alla lettera la parola di Dio. Ma che cosa succederebbe se una persona decidesse davvero di mettere in pratica i precetti cristiani?
Pif torna sulla domanda che aveva già ispirato l’omonimo romanzo nel 2018 - un bestseller da oltre 200.000 copie vendute - e ne fa il suo quarto lungometraggio da regista: ...che Dio perdona a tutti. Lo abbiamo incontrato per parlarne.
Sono passati otto anni dalla pubblicazione del romanzo. Che cosa ti ha convinto a portarlo al cinema?
L'ho scritto in realtà pensando a un film, anche se la scrittura di un libro è molto diversa da quella di un film. Sono entrambi atletica leggera ma una è la maratona, l'altra i 100 metri. Il libro è stato utile perché ho messo lì i miei dubbi. Facendo le presentazioni sono andato in molte comunità cattoliche, ho parlato con molti preti, e nella mia testa c'è stata un'evoluzione. Il film l'abbiamo scritto in due, con un produttore che crede (Michele Astori, ndr) e si interfaccia con gente che crede, quindi il risultato finale è più accogliente. Il protagonista nel libro aveva un atteggiamento più duro, più rigido. Il film gli ha dato più sfumature.
Il titolo viene da un proverbio siciliano, "Futti, futti, che Dio perdona a tutti".
C'è un grande fraintendimento degli italiani, dei siciliani in particolare, sul perdono. Lo diamo per scontato, al di là del pentimento. È evidente che il perdono può arrivare solo dopo il pentimento, però questo è un concetto difficile da elaborare. La politica siciliana ce lo insegna ogni giorno: uno riesce a uscire indenne da situazioni che in altri paesi avrebbero posto fine a qualsiasi carriera. Tre Ave Maria e via, tutto risolto.


Carlos Hipólito e Pif in ...che Dio perdona a tutti
(Valentina Glorioso)Il Papa del film dice che per essere un buon cristiano basta seguire la parola di Gesù. Se il principio è così semplice, perché nella pratica è maledettamente difficile?
Perché devi amare anche le persone che manderesti a quel paese. Ho fatto uno speciale sulla rotta balcanica, i migranti che arrivano fino a Trieste: per tre settimane dopo quell'esperienza sembravo uno che aveva visto il Signore. Il catechismo della mia generazione era molto teorico, molto dottrinale. Bisogna insegnare che si deve amare anche quel mondo lì, quello che al primo sguardo ti spaventa. Il cristiano si deve sporcare le mani.
Papa Francesco si sente molto nel film. Come ha influenzato il progetto?
Questo film esiste grazie al fatto che c'è stato Francesco. Ho avuto la possibilità di incontrarlo tre volte. La prima pensavo che con i suoi gesti semplici scendesse al nostro livello. Poi ho capito che in realtà era lui che ti prendeva e ti portava al suo. del resto il primo Papa era un pescatore. Il suo "pregate per me" resta una frase rivoluzionaria: la prima cosa che penseresti è "facciamo che preghi tu per me", e invece no. Lui stava sulle scatole a molti, ma è la condanna di tutti quelli che ti spostano, che ti stimolano, che escono dai binari.
Sei agnostico tendente all'ateo. A cosa ti affidi?
Tendenzialmente mi affido all'uomo, nonostante tutto. La nostra vita è costruita su un patto di fiducia continuo: prendi un aereo e ti fidi di chi lo pilota, vai al ristorante e ti fidi di cosa succede in cucina. Quando c'è traffico in autostrada, la maggior parte delle macchine sta dove deve stare… poi certo c'è lo stronzo che supera sulla corsia d'emergenza. Quella è la fotografia dell'umanità: la maggior parte delle persone è tendenzialmente onesta. Purtroppo a Palermo la corsia d'emergenza è piena come le altre, ma quello è un altro discorso.
I dolci siciliani sono un personaggio nel film.
Il cibo è un libro aperto: se vuoi conoscere la storia di una città, parti da quello che mangia. Raccontare Palermo tramite i dolci mi sembrava anche un po' ruffiano, i dolci piacciono quasi a tutti. Però c'è anche un rovescio: la bellezza della Sicilia è un'arma a doppio taglio, ti fa dimenticare i problemi. Ci adagiamo perché c'è il bel clima, il mare meraviglioso, e la bellezza finisce per giustificare tutto. Se Lignano Sabbiadoro avesse avuto il nostro mare, non avrebbero mai costruito quell'impero di alberghi e strade perfette. Ci siamo sforzati meno perché avevamo di più.


La scelta di Carlos Hipólito come Papa.
Se credessi in Dio, ti direi che me l'ha mandato Lui. Se avessi sbagliato il Papa, era finita: tutto nel film si regge su quella figura. Non è Papa Francesco, lo ribadisco, ma è Papa Francesco senza essere Papa Francesco. Carlos non conosce una parola di italiano, eppure questo è diventato un punto di forza: si sente che è autentico. Ma sono contento in generale del cast, di Giusy (Buscemi, ndr) e di Francesco (Scianna, ndr). L'unico neo recitativo del film sono io.
Che posto occupa questo film nel tuo cammino?
Ha il sapore de La mafia uccide solo d'estate. È un film molto mio. E già riuscire a fare questo, a presentarsi al pubblico con qualcosa di coerente con te stesso, credo che sia già un traguardo non così scontato, perché mille fattori ti possono allontanare dalla tua persona. Io ho due espressioni: sopracciglio alzato e sopracciglio abbassato. Ma porto il mio passato, il mio vissuto artistico, la mia timidezza. Spero venga apprezzato.
È un buon momento per il cinema italiano?
Il post-Covid è diventato una sfida più interessante: il pubblico seleziona molto, le furbate non funzionano più. Questo mi stimola. Abbiamo vissuto periodi peggiori. Il problema è la diminuzione drastica di produzioni: se il sistema precedente era uno spreco, hanno fatto bene a controllare. Ma il piano B qual è? Così, il rischio è che la cura possa ammazzare il cavallo. Sotto la punta della piramide c'è una troupe di settanta, ottanta, cento persone che devono pagare le bollette. E un giovane regista ha bisogno di terreno fertile per sviluppare il proprio talento.
