Dopo il passaggio in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, L’Estranea arriva nelle sale italiane da giovedì 6 ottobre. Designato dall’Italia per la corsa per il miglior titolo internazionale dei prossimi Oscar, il quarto film del trentatreenne Paolo Strippoli è un’inquietante discesa in un focolare domestico.

Un’altra famiglia “problematica”.
Il bello è che ho avuto un rapporto incredibilmente bello con i miei. La verità è che ogni volta che vai a toccare la sacralità della famiglia tradizionale sembra che tu voglia provocare. Non è così, non voglio essere provocatorio. Tutto parte dall'osservazione. Non riesco a vedere famiglie granitiche. Sono fatte di persone e le persone, come i numeri, danno vita a infinite combinazioni possibili.

Mi colpisce sempre lo sguardo dei bambini nei tuoi film. Sono lo specchio che rimanda un’immagine distorta e forse più veritiera dei padri e delle madri.
Riflettono probabilmente la mia paura più intima: quella di non essere più figlio. Ho sempre rifiutato anche inconsciamente il ruolo di adulto. Lo sono ormai, è un dato di fatto. Ho le mie responsabilità, le tasse da pagare, l'assicurazione dell'auto. Però mi piace sentirmi ancora figlio. Mi ricorda il bambino che sono stato nel momento più bello della vita, quando qualsiasi cosa ti succede sei protetto e al sicuro.

Dai tuoi film non si direbbe.
Sono stato fortunato ma ho conosciuto persone che lo sono state meno, che hanno vissuto cose brutte. E poi, col tempo, per quanto abbia avuto due genitori meravigliosi, che amo profondamente, ho iniziato a vederne anche le criticità. E queste, senza che loro lo volessero realmente, hanno finito per condizionarmi.

Ai tuoi genitori piacciono i film che fai?
Non lo so, non amano il paranormale. Ma penso gli piacerà L'Estranea.

Chi è quel bambolotto inquietante seduto sul tuo divano?
Si chiama Franco. Viene da una scena tagliata del film. Nell’incipit in aereo, accanto a Jasmine (Trinca, ndr), si vedeva una giovane mamma disperata perché il suo bambino piangeva inconsolabile. Tutto l'aereo la fissava. C'ero anche io a un certo punto e forse l’ho tagliata per questo, perché sono un cane a recitare. Fatto sta che tutti si giravano a guardare questo bambino. A quel punto Jasmine, infastidita, dice alla mamma: “Lo dia a me!”. Lo prende in braccio e inizia a cullarlo. A quel punto doveva entrare in scena Franco, il bambolotto. Invece il vero bambino si è addormentato e non ne abbiamo avuto bisogno. Jasmine iniziava a recitare la filastrocca “Respira a fondo, respira piano...” e il bambino si calmava. La mamma le diceva grazie. Jasmine, senza nemmeno risponderle, le restituiva il bambino, guardava fuori e la scena si chiudeva.

E perché l'hai tagliata?
Perché ho imparato negli anni, soprattutto dopo La valle dei sorrisi, l'importanza di arrivare il prima possibile alla ciccia del racconto. Avevo bisogno che nei primi cinque minuti ci fosse la grande promessa del film. Il cuore del suo mistero: un aereo e questa donna enigmatica che sta volando verso un posto che non conosciamo. L'idea di un personaggio in viaggio, anche metaforico, è già una bellissima promessa di cinema.

Paolo Strippoli e Romana Maggiora Vergano sul set di L'Estranea
Paolo Strippoli e Romana Maggiora Vergano sul set di L'Estranea

Paolo Strippoli e Romana Maggiora Vergano sul set di L'Estranea

L'identità è un approdo o un punto di partenza?
L'identità deve essere un approdo. Spesso i miei personaggi, alle prese con gli eventi della storia, finiscono per definire meglio la propria identità e scoprire quanto possa essere pericolosa.

Senza le tipiche maschere dell’horror.
I personaggi sono già maschere. Costruzioni che vengono smontate nel corso della narrazione. È un processo che vale anche per gli attori. Utilizzo spesso interpreti che abbiano familiarità con il personaggio che devono interpretare. Jasmine, ad esempio, è una mamma anche nella vita reale. L'attore arriva a una consapevolezza diversa quando la traiettoria di un film lo mette in discussione. Il personaggio di Francesco Gheghi in Piove dice a un certo punto: “Sono stanco di essere un ruolo, voglio essere chi mi pare”. Non vorrebbe essere figlio di suo padre, ma alla fine riconosce che è quello il suo ruolo, un figlio. Anche ne La valle dei sorrisi il personaggio di Riondino nasce come padre, fa di tutto per rinnegarlo e alla fine capisce che non può che essere quello, un padre.

Una cosa che fanno spesso i tuoi personaggi, nei vari film, è abbracciarsi.
L’abbraccio è l'unica risposta all'infinita limitatezza degli esseri umani. Una volta che riesci ad accettare che siamo imperfetti, le porcherie di cui siamo capaci, quello che resta è l'abbraccio. L'abbraccio è il gesto d'affetto e di costrizione più universale che esista. Si capiscono tante cose dagli abbracci delle persone.

E dai film?
Anche.

Quale film ti ha abbracciato per primo?
Biancaneve e i sette nani. Grande storia di amicizia e di resistenza. Di una matrigna, di una famiglia sui generis, di un desiderio pericoloso. L'immagine di lei che prepara la torta e della strega che appare all'improvviso, con quella faccia e il collo un po' piegato, mi ha segnato. Siamo lì, nell'idillio più assoluto, nell'attesa di grandi amici che torneranno e nella dolcezza degli animali, del cinguettio degli uccelli e appare questa strega: c’è tutta l’imprevedibilità della vita in quella scena: l'ombra che fa capolino, l’evento improvviso che ti getta nel caos, nell'orrore, nella paura.

C’è la mela. E Valeria Bruni Tedeschi. La immaginavi così la matrigna di Biancaneve?
Sarebbe stata una splendida matrigna. È il mio primo vero villain. In fondo, lo specchio delle brame oggi è come il bastoncino dei desideri di Obsession. C'è un po’ di tossicità nelle relazioni. Credo sia iscritto proprio nei legami di amore. Obsession lavora col romance, a me interessa più la famiglia.

Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi sul set di L'Estranea
Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi sul set di L'Estranea

Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi sul set di L'Estranea

L'Estranea è la tua resa dei conti con l'immaginario familiare?
Io sono cresciuto con Don Matteo, Linda e il brigadiere, Un medico in famiglia. Racconti dove le relazioni sono meravigliose. Il film doveva essere rassicurante come una fiction portata al cinema. Ed è quello che dice a un certo punto il personaggio di Jasmine alla figlia Alice: “Noi eravamo quello che gli altri volevano diventare”. Ma è una bugia.

Era il tema de La valle dei sorrisi: il pubblico italiano lo ha capito poco.
La valle dei sorrisi è uscito nella stessa finestra di The Conjuring – Il rito finale. Rispetto al quale era un film più sospeso, un horror meno dritto. Dopo la prima veneziana e il giro di boa dei festival quel film andava indirizzato forse verso un pubblico più adulto. Detto questo, chi vuole intraprendere un percorso di genere in Italia non deve sentirsi scoraggiato. Vuoi sapere perché?

Prego.
Il film è stato venduto in 45 paesi. Lo hanno acquistato distribuzioni molto importanti e siamo in trattiva per cedere i diritti di remake a una grossa società americana. All’estero il film è andato benissimo, azzerando le perdite del box office italiano. Alla fine è risultata un’operazione di successo. Lo ribadisco perché spero che si facciano altri film di questo tipo, soprattutto se vogliamo anche riabituare il pubblico all’horror italiano.

Non sarà che agli spettatori italiani fa uno strano effetto ritrovare attori che siamo abituati a vedere in film di tutt’altro genere?
Usiamo bravissimi attori italiani per qualsiasi genere, perché non dovremmo farlo con l'horror? Anche gli americani usano Ethan Hawke, Tony Collette, Florence Pugh, Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor. Nomi di prima fascia. Magari lì sono più abituati. I nostri inizialmente fanno più resistenza rispetto a questo tipo di registro. Per L’Estranea ho potuto contare u un gruppo di attori eccezionali, pronti a gettarsi nell'ignoto con me. E qualcuno aveva veramente l’insospettabile passo dell’horror.

Sarebbe?
Jasmine Trinca. Non avrei mai pensato potesse farmi paura sul set. C’era in lei qualcosa di vicino alla possessione. A un certo punto è stata talmente intensa che ha causato una crisi di pianto alla bambina che interpretava sua figlia.

Adriano Giannini e Jasmine Trinca sul set di L'Estranea
Adriano Giannini e Jasmine Trinca sul set di L'Estranea

Adriano Giannini e Jasmine Trinca sul set di L'Estranea

Se i personaggi femminili, per quanto negativi, mantengono una loro femminilità, gli uomini sono come pentole a pressione.
Io amo il maschile. Però devo dirti anche che gli uomini mi spaventano, perché sono violenti. Ma in effetti per me non esistono gli uomini e le donne. Non credo che gli uomini siano demoni, le donne angeli. È una semplificazione che mi lascia francamente perplesso. Sono convinto che sia il genere maschile che il genere femminile portino sulle spalle il peso di quello che sono stati nel corso del tempo, della storia e delle generazioni.

Ho notato che con L’Estranea hai utilizzato di più i primi piani.
Il primo piano è una pallottola affilata ma va usato con parsimonia. A me piacciono molto. Rispetto al film precedente, qui sono stato molto più vicino agli attori perché avevo un'esigenza di intimità diversa. E poi ci sono primi piani e primi piani.

Ovvero?
Penso che il primo piano sia il modo in cui noi conosciamo non tanto il personaggio, ma il modo in cui il regista guarda il personaggio.

Il cinema è fatto di immagini o di corpi?
Domanda interessante. Mi fa venire in mente una cosa. La reazione di Gianni Amelio quando vede il mio corto di ingresso al Centro Sperimentale. Viene da me e mi dice: “Si vede che sei innamorato del protagonista. L'hai inquadrato con amore”. In realtà non ci avevo affatto riflettuto, pensavo di aver inquadrato questo attore in maniera classica, senza nulla di particolare. Ma in effetti non era così. C'era, da parte mia, una specie di attrazione non fisica. Faccio fatica ancora a capire come lui sia riuscito a cogliere questo trasporto che io per primo non avevo riconosciuto. Eppure, gli era arrivato. Questo aneddoto mi ricorda la responsabilità che abbiamo noi registi nell'inquadrare i corpi degli attori. L'unica cosa che tu puoi fare è impegnarti ad amarli. Gianni Amelio l'aveva capito. Per me è ancora qualcosa di misterioso. Se riesci ad amare quel corpo, quel corpo diventerà il protagonista dell'immagine. Altrimenti, sarà l'immagine a diventare protagonista. E non avrà affatto la stessa potenza.

Forse questo legame misterioso è la prefigurazione di un lutto: perderai quel corpo nel momento in cui smetterai di girare?
Torniamo agli abbracci: che cosa sono, in fondo, se non questo desiderio disperato di non lasciare andare qualcosa? Il cinema lo percepisco così. È il sentimento di chi vorrebbe trattenere quel che non ci sarà più. Però è ancora lì, con te.