Per quanto ci si sforzi, il passato non potrà mai essere una terra straniera, anche quando quel tempo lontano appartiene a un luogo che non abitiamo più se non nei paesaggi dei nostri incubi. È quel che capita a chi soffre di un disturbo post-traumatico, a chi sopravvive a un dolore troppo grande per poter proseguire come se niente fosse, a chi si è salvato pur restando sommerso, a chi porta sul corpo le ferite della Storia. Vittime consapevoli che non si torna indietro, diventate a loro volta carnefici di se stessi, costrette a convivere con il ricordo insostenibile del male subito e perfino perpetrato in una sorta di eterna e sinistra Sindrome di Stoccolma.

È la chiusura di un cerchio, Ritorno a Buenos Aires, in Concorso a Venezia 83, con quel titolo così preciso e didascalico da escludere qualsiasi rigurgito nostalgico: è il cerchio che congiunge tutti i film di Marco Bechis, tornato al lungometraggio di finzione a diciannove anni da La terra degli uomini rossi – Birdwatchers, ma anche il congedo di un certo modo d’intendere quel cinema civile – alto, autorevole, morale, politico – che si rispecchia nell’esperienza umana. Che Bechis ha inquadrato con dolente furore nel suo capo d’opera, Garage Olimpo, il cui titolo si rifaceva a uno dei più noti centri clandestini di detenzione, tortura ed sterminio gestiti durante la dittatura militare argentina tra i 1976 e il 1983.

La biografia è determinata, giacché Bechis, figlio di madre cilena e padre italiano ma cresciuto a Buenos Aires, nell’aprile del ‘77 fu sequestrato dalla polizia argentina e tradotto in un carcere clandestino; rilasciato quattro mesi dopo, fu espulso e approdò a Milano, dove tuttora vive. Ma in questo Ritorno a Buenos Aires la memoria personale è un aggancio, un punto di partenza, la garanzia di autenticità. La storia, infatti, non è esplicitamente quella di Bechis, ma di un certo Mariano Guerra (l’ottimo Adriano Giannini) che, dopo trentatré anni trascorsi in Italia, viene chiamato in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo.

È il “processo Garage Olimpo”, istruito nel 2008 per fare giustizia e chiudere i conti – perlomeno giudiziari – con gli aguzzini ormai anziani ma rimasti impuniti. Ma è soprattutto l’ultimo atto – e forse l’ultima possibilità – per fare pace con i fantasmi (della Storia collettiva e della nostra storia), dirsi le cose mai dette, provare a perdonarsi. Un viaggio al termine della notte che passa attraverso la riappropriazione di una lingua forse volutamente rimossa, il riavvicinamento a figure accantonate in qualche anfratto del cuore, lo scontro finale con la paura di sfidare quel male che credevamo invincibile. Ma anche la disperata necessità di confrontarsi con le proprie zone d’ombra, le conseguenze del trauma, una sentenza che non potrà mai restituire quanto abbiamo perso.

È un film solido e tradizionale, Ritorno a Buenos Aires, dritto e privo di retorica, tanto incastonato nella memoria di Mariano quanto centrato nel suo raccontare il processo. Più efficace nella seconda parte che nella prima, trova un’immagine allegorica nello specchio infranto in cui si riflette il protagonista, si scopre fluido senza scorciatoie nei suoi dolenti andirivieni tra passato e presente (la visita al carcere come riconquista di uno spazio che innesca ricordi insostenibili eppure indispensabili per restituire quel che è stato), è asciutto anche nel rappresentare situazioni più rischiose (gli attacchi di panico, l’incontinenza), diventa perfino terrificante quando gli spazi si rivelano sempre più ostili e irrompono i sacerdoti del male (l’incontro al bagno con l’aguzzino, senza dimenticare la cinica avvocata della difesa). A suo modo una resa dei conti ma anche il disperato tentativo di una riconciliazione. Per onorare i morti e stare accanto a chi è rimasto, che magari continua a cercare l’odore di chi non c’è più.