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Maria Vernetti
Il 13 gennaio 2016 l’insegnante Gloria Rosboch sparì nel nulla. Apparteneva a una ricca famiglia del Canavese. A colpire fu subito una denuncia avvenuta un anno prima. Aveva accusato un suo ex studente di truffa. Lui le aveva sottratto una grossa somma di denaro, promettendole un futuro insieme in Costa Azzurra. Il caso Rosboch ha avuto molta risonanza in Piemonte e non solo, e adesso è al centro del nuovo film di Nicolangelo Gelormini: La gioia, che è stato presentato in anteprima alle Giornate degli Autori a Venezia 82. Nel cast spiccano Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca.
Sia la sua opera prima Fortuna che La gioia nascono da fatti di cronaca. È una coincidenza?
Sì e no. All’inizio non pensavo di fare due film che avessero questa caratteristica in comune. Di sicuro l’interesse per la materia esiste. L’obiettivo è però attraversare la realtà attraverso il flusso dell’immaginazione. La cronaca appartiene ad altri mezzi, come la stampa. Il cinema deve essere un approfondimento che permette di dialogare con il pubblico a un altro livello.
Lei è un architetto. Quanto influisce sui suoi lavori?
Bella domanda, di sicuro tanto. Ho avuto una doppia formazione accademica, perché ho frequentato il Centro Sperimentale. E l’uno si specchia nell’altro. Entrambe le professioni presuppongono una collaborazione di gruppo. Bisogna sempre affidarsi a una squadra. Sono due figure che lavorano con la luce, il tempo e lo spazio. Anche l’architetto, progettando, crea una narrazione. E alla fine tutti e due devono sapersi confrontare con la solitudine.
Quale estetica vuole dare al suo cinema?
Non sono dogmatico. Cerco sempre di non fornire un’immagine a un film a priori. Quando inquadro la storia provo a capire qual è la forma più adatta per far vivere il tema. Non voglio un’estetica velleitaria, deve esserci sempre un principio narrativo preponderante. Per La gioia sono stati fondamentali i chiaroscuri, all’inizio pensavo di dargli una vena pop. Poi la disillusione avanza e ho virato su un ambito più cupo. Le scelte le deduco dal testo che analizzo.
Lei ha montato Fortuna, ma non La gioia. Perché?
Fortuna me lo sono costruito addosso. È stata una questione di controllo, figlia di una certa inesperienza. Volevo garantire a me stesso di fare qualcosa che mi somigliasse. Crescendo ho imparato ad affidarmi. Ho incontrato una fantastica montatrice: Chiara Vullo. Mi ha consentito la presenza, il dialogo costante, e non mi ha subito. Sono molto contento della nostra intesa.
Ho letto che per lei la Bolla del Lingotto di Torino rappresentare la gioia.
È vero. Quando mi hanno dato la sceneggiatura che aveva vinto il Premio Solinas, ho chiesto comunque di poter intervenire. Ho aggiunto la sequenza al Lingotto. Mi piaceva girare in quel luogo, anche perché non è stato così tanto utilizzato sullo schermo. Ho realizzato una comunione di intenti, un attimo di gioia tra i due protagonisti che poi dà il titolo al film. Il Lingotto è sospeso tra la terra e il cielo, è un luogo metafisico, e mi ha permesso di mettere due persone su una nuvola per darsi un abbraccio.
Quello con Valeria Golino è ormai un sodalizio?
Direi di sì. Il passo successivo è che sia lei a dirigere me (ride, ndr). Ci siamo conosciuti con Fortuna, è stata molto generosa. Poi mi ha chiesto di collaborare anche a L’arte della gioia. C’è una grande stima. In La gioia ha messo parti di sé che ignoravo. Tutto nasce dalla fiducia reciproca.
Lei ha iniziato come assistente di Paolo Sorrentino. Come l’ha cambiata quell’esperienza?
Ero uno studente all’università. Mi ha fatto capire che il regista era un mestiere concreto, che si poteva realizzare. Non vengo da una famiglia di cinematografari, non avevo contatti. All’epoca Sorrentino non era ancora Sorrentino, oggi è tra i più grandi. In qualche modo mi ha influenzato. È stato tra gli incontri che più mi hanno nutrito nella mia carriera.
E poi c’è stato l’incontro con Lynch.
Un sogno che si è avverato. Oltre a essere il migliore di sempre dietro la macchina da presa, scriveva anche canzoni. Una delle sue muse è stata la cantante Chrysta Bell, che non a caso è anche presente nella terza stagione di Twin Peaks. Mi chiesero di realizzare il videoclip del brano All the Things, in cui lei era la voce e Lynch era la mente. Il maestro l’ho poi conosciuto a Roma, tempo dopo. E a cena mi ha fatto i complimenti. Ancora adesso la sua luce mi è rimasta impressa, e vorrei che in minima parte mi appartenesse.



