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Federico Francioni e Samuele Sestieri
Cominciamo dal titolo. "Nel film non ci sono gatti", mette subito in chiaro Samuele Sestieri. "È un titolo che mi è sempre piaciuto, e l'ho proposto a Federico prima ancora che il film esistesse. Perché avevamo sempre sognato un film di rinascite: anche nelle vite che conduciamo ogni giorno abbiamo un gran bisogno di rinascere. Dice che l'amore può tornare là dove meno te lo aspetti, dentro il quotidiano". E il quotidiano da cui parte il film, precisa, "è un quotidiano piuttosto precario e instabile, che poi è essenzialmente il nostro: conduciamo tutti e tre una vita che alterna lavori ed esperienze diverse, con parecchie incertezze su quello che sarà".
Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l'amore arriva alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori con nessun pitch alle spalle, nessun laboratorio di sviluppo, sessantacinque giornate di riprese distribuite lungo un anno, una troupe ridottissima e un cast di amici. È il primo film di finzione di Federico Francioni, che viene dal documentario, e il terzo lungometraggio di Sestieri, che viene dalla critica e dal fantastico. In mezzo c'è Carlotta Velda Mei, che con Sestieri aveva già girato Matrioska e Lumina, e che qui è protagonista e, dicono loro, molto più di una protagonista.
Il rapporto con Lumina è interessante. Lì Carlotta si svegliava in un mondo di rovine e imparava a vedere, e attraverso le immagini scopriva l'amore. Qui è già dentro il mondo e scopre semmai che l'amore forse se n'è andato. Francioni preferisce leggerla dal versante opposto, quello del reale: "Mi piace pensare che sia veramente un documentario su Roma, anche se è una storia di finzione che abbiamo scritto". Per Rue Garibaldi era andato a vivere con due ragazzi di diciannove e vent'anni e li aveva seguiti giorno e notte in una periferia parigina che era un po' il centro del mondo, dentro una casa in cui passavano lavori infiniti fatti attraverso il telefono. "Qui invece per la prima volta mi sono confrontato con la città in cui cerco di vivere, di esistere. Ed è molto difficile".


Ma il film non si accontenta della realtà. "Non è solo la realtà, sono anche gli incubi", dice ancora Francioni. "Questo film voleva raccontare tutti gli incubi che abbiamo vissuto negli anni e che continuiamo a vivere. Farlo insieme, io e Samuele, e con Carlotta che ci ha messo il suo corpo, è stato un grande esorcismo".


Carlotta Velda Mei con Gianluca Arnone
Il corpo è di Chiara, il personaggio di Velda Mei. La incontriamo in una sala di registrazione mentre incide un audiolibro. "Si barcamena fra lavoretti che hanno più o meno a che fare con la recitazione", racconta l'attrice. "Dall'audiolibro alla cameriera alla stand-in. Fatica a trovare un centro, una direzione precisa. E quando scopre di essere incinta pensa forse di aver trovato un senso possibile nella sua vita". In una precarietà che è insieme salariale ed esistenziale, il fatto stesso di poter generare vita diventa per lei l'ipotesi di una possibilità altra.
Generazione è la parola chiave del film. "Il tema del generativo è centrale", dice Sestieri, alludendo anche all’incipit realizzato con l’IA. "Confrontarsi con quello e con un personaggio del genere voleva dire parlare di sterilità, che è una parola oggi estremamente contemporanea". Il cinema, sottolinea, non è mai stato l'oggetto: "Non abbiamo mai voluto fare un film che parlasse di cinema. Ci interessava come terra di frontiera, perché se lavori con le immagini partire da lì è semplicemente più facile. Ma volevamo raccontare quello che viviamo ogni giorno". La scoperta che il film mette in scena, e che i tre riconoscono come propria, è che nonostante un mondo che li respinge e che loro stessi hanno smesso di concepire come generativo, qualcosa si riesce ancora a generare.
Compresa la rabbia. "A un certo punto il personaggio si incazza", avverte Sestieri, "e si incazza anche con noi. Penso che la rabbia sia un sentimento estremamente generativo, oggi". Ed è anche il punto in cui Velda Mei ha smesso di essere soltanto un'interprete: "È stata a tutti gli effetti una terza autrice del film, perché a un certo punto ha preso in mano il personaggio e ha imboccato direzioni piuttosto inattese".
Sulla conflittualità che in Italia sembra essersi addormentata, e sui padri che restano al loro posto a custodire un ordine già morto, Francioni non gira intorno: "Dobbiamo ammazzare, simbolicamente, un sacco di padri. Sono molto convinto che l'Italia abbia un grosso problema di gestione del potere, di energie bloccate ". Aggiunge però subito la parte scomoda, quella che di solito si omette: "Il problema grosso è che, una volta neutralizzati, bisogna ricostruire la casa. Perché la casa non c'è più. Noi non possiamo semplicemente prendere il loro posto: qui non è rimasto niente".
E le donne, in questo quadro, sono il centro e non un’appendice. Velda Mei: "C'è stato un momento in cui sembrava pacifico che la parità dovesse allargarsi. Poi abbiamo scoperto che l'avevamo declamata molto, ma che alla fine dei conti fatica ad arrivare. Non so esattamente che cosa sia successo, ma vedo che c'è una difficoltà a scardinare vecchie modalità di gestione, nel lavoro come nella famiglia, in tanti ambiti. La donna è ancora oggi sacrificata. Lo vedo nella mia vita personale e lo vedo dappertutto".
Restano i coetanei, che è poi il pubblico che questo film vorrebbe. "I nostri coetanei sono sempre più pigri e rassegnati, e sono i primi che dovrebbero scuotersi", dice Sestieri. "Ci si lamenta troppo e si fa poco. Noi il film l'abbiamo fatto perché ci crediamo". La morale, se di morale si può parlare in un film che finisce in modo doloroso senza però essere disperato, è la stessa cosa detta due volte da due persone diverse: fare di più e lamentarsi di meno. "Ma fare bene", precisa il trio. "O almeno provarci".
Il gatto, insomma, si sveglia e sbadiglia. Poi però deve mettersi in marcia.



