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Lucia Borgonzoni, Davide Milani, Pedro Costa e Gianluca Arnone - Foto Karen Di Paola
“È davvero commovente ricevere un premio che porta il nome di una persona che è estremamente importante per tutti noi registi. Quando mi è stato annunciato che mi sarebbe stato conferito, la prima cosa che è ho pensato è che non lo meritavo”. Il regista portoghese Pedro Costa riceve il Premio Bresson, giunto alla XXVII edizione. La cerimonia di premiazione ha avuto luogo durante l’83. edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella Sala Tropicana 1 dell’Italian Pavilion.
Istituito nel 1999 e assegnato per la prima volta nel 2000, il Premio Robert Bresson viene attribuito ogni anno al regista che «abbia dato una testimonianza, significativa per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della nostra vita».
Promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo, sentito il parere del Dicastero per la Cultura e l'Educazione e del Dicastero per la Comunicazione, il riconoscimento è l’unico premio cinematografico al mondo attribuito dalla Santa Sede e uno dei premi collaterali della Mostra di Venezia.
“In oltre trent'anni di lavoro Pedro Costa ha tolto dal cinema tutto ciò che era superfluo. Luci, carrelli, musica, recitazione. Ha ereditato il rigore etico di Robert Bresson e lo ha trasformato in lezione di umanità nelle case buie di un quartiere demolito, tra gli uomini e le donne dimenticati dalla Storia. Non per questo il suo è un cinema che consoli o redima. La sua scommessa è il tempo, il volto, la luce sopravvissuta all’ombra. Il suo lascito agli ultimi: una forma. E a noi una testimonianza intransigente di quella ricerca del significato spirituale della vita che il Premio riconosce”, questa la motivazione del Premio.


Premio Bresson 2026 - Pedro Costa - Foto Karen Di Paola
“Molto spesso nel dare i premi c’è un equivoco, ci sono i riconoscimenti che danno prestigio al premiato e quelli che danno prestigio a chi quel premio lo dà”, dice Mons. Davide Milani, presidente FEDS, che aggiunge: “In un bel passaggio della Bibbia è riportato che ‘il ferro si affila con il ferro, l’amicizia si affila con lo sguardo dell’altro’. Ecco, lo sguardo della Fondazione Ente dello Spettacolo e della Santa Sede si affila nel momento in cui si posa sul cinema di Pedro Costa: noi sappiamo chi siamo, conosciamo la nostra identità, ma l’identità non è un monolite, è qualcosa che si affila di volta in volta”.
Alla cerimonia di premiazione, condotta dal caporedattore della Rivista del Cinematografo Gianluca Arnone e introdotta da un saluto del direttore della Mostra Alberto Barbera (“un appuntamento e un premio importantissimo. E ritengo sia molto significativo che vada ad un regista come Pedro Costa, poco prolifico ma cantore di un cinema ambizioso, che non scende a compromessi, autore di film capaci di addentrarsi dentro una dimensione superiore della nostra esistenza. Un regista che lavora ai margini del cinema mainstream e che ci aiuta a confrontarci con questioni che vanno al di là del cinema stesso”) era presente anche S.E. Maria Amélia Maio de Paiva Ambasciatore del Portogallo presso la Santa Sede: “Mi congratulo con la Fondazione Ente dello Spettacolo e con la Rivista del Cinematografo, con il Dicastero per la Cultura e l'Educazione e del Dicastero per la Comunicazione per questo prestigioso premio che viene conferito a Pedro Costa, al quale estendo le congratulazioni personali e istituzionali. Un premio che riconosce la brillante carriera di un artista radicale, una voce rispettosa delle comunità emarginate della periferia di Lisbona, che trasforma le routine locali in arte universale, in un mondo che ha davvero bisogno di più empatia umana. La tua dedizione senza compromessi al vero e difficile percorso della condizione umana continua a ispirare i cinefili di tutto il mondo”.
A consegnare il Premio la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario con delega al cinema al Ministero della Cultura: “Normalmente quando parliamo di cinema e audiovisivo ci soffermiamo sull’intrattenimento, sulla parte ludica, divertente, leggera. L’Ente dello Spettacolo ci porta invece nella parte più profonda, quella che serve a ricordarci l’importanza che rivestono le immagini quando vanno a scrutare parti del nostro spirito, della nostra anima che arrivano in profondità, che ci fanno riflettere. E questo premio ci aiuta ad andare oltre, e questo riconoscimento viene dato oggi ad un grande artista, che sa andare sotto la superficie. Per trovare la dignità nei piccoli gesti del quotidiano, per arrivare nei posti più difficili. Un artista che ci aiuta a scoprire mondi che non potremmo altrimenti non potremmo mai vivere”.
Pedro Costa, 7 lungometraggi dal 1989 a oggi, ha mostrato il cortometraggio presentato a Cannes 2023, As filhas do fogo, punto di partenza per il prossimo lungometraggio, attualmente in lavorazione: “Un film molto difficile, dalla lavorazione travagliata, le cantanti presenti nel corto sono le stesse che saranno nel film. Un progetto che va oltre il cinema, incentrato soprattutto sulla musica e se con il cinema possiamo ancora giocare con la musica è impossibile farlo”.
Avvicinarsi ad un mondo lontano e renderlo più vicino, è questo che spinge ancora a fare i film e a vederli? “La vocazione del cinema è sempre stata questa, cercare di scoprire, di capire qualcosa di misterioso nell’essere umano, nel mondo o in una comunità, come cerco di fare io, e trattare questo soggetto attraverso l’immagine e il suono. Possiamo imparare molte cose vedendo i film di Bresson, Buñuel, de Oliveira, Kaurismaki, possiamo scoprire anche molto di noi stessi. A volte ci troviamo dentro un nostro ritratto, anche orribile o duro, ma pur sempre un nostro ritratto”.
Un rapporto con il cinema, come detto, senza compromessi: “Il mondo di oggi non lo capisco e mai lo capirò. Ci sono ancora dei bei film, alcuni magnifici, pochi certo, ma la distanza tra lo spirito e la materia aumenta sempre di più. Cesare Pavese diceva che ‘c’è chi sta di qua e c’è chi sta di là’. Io sto di qua e questo non cambierà mai. Il guaio è che ci sono persone che non fanno neanche lo sforzo di capire che ci sono posizioni da prendere. La maggior parte dei registi presenti in questa Mostra non crede nel valore del cinema, il cinema non è semplicemente realizzare un film, mettere insieme una troupe e portarlo in giro per i festival. Il cinema è un’altra cosa, è l’arte della rivolta. Ci sono tanti giovani arrabbiati, il cinema è anche un’arte della gioventù, e quando il cinema smette di confrontarsi con la realtà, o si rifiuta di vederla, non è più cinema, smette di esistere”.



