Too Much Sugar cioè “troppo zucchero”, come ammoniva la nonna di Ryan “Holli-wood” Holliger quando voleva fargli capire che l’eccessivo attivismo l’avrebbe messo nei guai. Ryan è un coriaceo carpentiere di una desolata città operaia del Missouri che ha disseminato figli (infedele cronico, ne ha avuti sei con cinque donne diverse), è stato in carcere e coltiva l’amicizia con AccRite, padre alle prese con l’elaborazione del lutto più indicibile.

Il regista Robert Greene incontra Ryan a basket, dove entrambi portano i figli: inizialmente lo detesta, poi ci trova una strana sintonia. E il collante è il cinema: Ryan vuole girare un film che restituisca il suo concetto di paternità, Greene accetta a patto che l’uomo accetti di farsi riprendere nel quotidiano. Too Much Sugar è il resoconto di un anno nel mondo di Ryan ma anche un laboratorio a cielo aperto che inquadra i rapporti di forza tra osservatori e osservati.

Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83, Too Much Sugar si dichiara sin dai titoli di testa: è un film di tutte le persone coinvolte ma diretto da Greene e creato da Holliger. Non è un giochino per mischiare le carte in tavola bensì un modo per sottolineare quanto il film sia sì un’opera collettiva ma con un’autorità (l’uomo che filma) e un ideatore (l’uomo che si fa filmare).

Questa compresenza rivela il conflitto su cui si edifica il lavoro di Greene: l’autoritratto che Ryan intende offrire al prossimo, con le sue convinzioni in merito a cosa significhi essere un buon padre (insegnare un mestiere, essere presente, giocare con i figli), si rispecchia in una serie di immagini che mettono costantemente in crisi il progetto autoriale del protagonista, facendo emergere tutte le fratture, le incoerenze, le contraddizioni di un gruppo segnato, nel bene e nel male, da una figura tanto accentratrice.

Too Much Sugar – che è il titolo della commedia che vorrebbe realizzare Ryan – è un interessante esempio di cinema del reale proprio perché impagina questa tensione tra soggetto e oggetto e ne tira fuori un film che sembra un cantiere, un testo aperto, un happening. E che tiene dentro tanti altri film, quelli sognati e quelli che affiorano senza preavviso: ogni componente della famiglia, infatti, è chiamato a dare un titolo al film della propria vita, a immaginarlo secondo le forme più adatte ai generi evocati.

In questo senso è un film sul fare film come azione terapeutica, dal commovente il tentativo di negare la morte attraverso il cinema, salvando chi non c’è più ai figli che sfruttano l’occasione per rivelarsi all’occhio del genitore, la celebrazione di un’impresa collettiva nel cuore dell’America più profonda e nascosta.