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Il regista Alberto Palmiero
“Ero deluso perché il mio lavoro nel cinema stentava ad avviarsi”. A parlare è il giovane esordiente Alberto Palmiero che si è raccontato in un’intervista a Cinematografo.it presentando il suo film: Tienimi presente. Accolto da lunghi applausi alla scorsa Festa del Cinema di Roma e nelle sale dal 26 febbraio distribuito da Fandango, il primo lungometraggio di questo ragazzo (classe 1997) di Aversa che ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma sognando a lungo di fare il regista è in gran parte autobiografico.
“Nasce da un periodo della mia vita in cui decido di tornare a casa dai miei genitori, al Sud, e di fare marcia indietro. Mi ero laureato in informatica. Poi avevo studiato regia al Centro Sperimentale. I miei corti (Il pesce toro, Luntano, Amarena e Menomale, ndr) però non erano andati bene. Per cui l’anno successivo è stato molto duro per me. E poi ho deciso di fare su questa mia storia un documentario”.
Una produzione Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema, prodotto da Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Gianluca Arcopinto, vincitore del Premio Miglior Opera Prima Poste Italiane, il film, diretto e interpretato dallo stesso Alberto Palmiero, è incentrato dunque sulla storia di questo giovane regista disilluso convinto che il cinema non abbia più nulla da offrirgli, tra progetti incerti e produttori perennemente in fuga, che decide di rifugiarsi nella sua provincia, con i suoi vecchi amici e i suoi genitori, aspettando all’alba dei suoi trent’anni di capire cosa fare realmente della propria vita.


“Questo film non l’ho fatto solo per me - prosegue il regista -. Quello che mi ha spinto è stato il desiderio di riuscire a raccontare un sentimento come lo sconforto, cosa che conoscevo bene. Volevo raccontarmi con le persone più vicine, dai miei genitori ai miei amici, aprirmi con loro e fargli capire il mio stato d’animo con ironia, ma anche con quelle più lontane”.
Girato più o meno nell’arco di due anni, in mezzo c’è stato anche lo scudetto del Napoli, a metà strada tra il film e il documentario (“per me era la forma più congeniale e adatta”), con tutti attori non professionisti, pochi mezzi e pochissimo budget, all’incirca 18mila euro.
Nel film a un certo punto Alberto cerca su internet l’altezza di tre grandi registi: Garrone, Sorrentino e Scorsese. Ma quando gli si chiede quali siano stati i suoi riferimenti cinematografici risponde: “In quella scena sono andato sui nomi più pop. Per questo film mi sono molto ispirato al tono di Me and You and Everyone We Know di Miranda July, un’artista a tutto tondo, un film di storie intrecciate. Devo anche molto al cinema indipendente americano a basso costo”.
E sulla netta differenza della situazione lavorativa tra nord e sud d’Italia dice: “Racconto uno spaccato dell’Italia e l’esigenza del dover andare via per potere realizzarsi. Chi rimane al Sud sembra sempre che si debba un po’ accontentare. Spero però di essermi contraddetto con il mio stesso film che ho girato nel Meridione, anche per dimostrare che si possono concepire dei film al di fuori dei classici contesti”.
Guardando al cinema italiano dice: “Per gli esordienti è molto difficile fare film. È un periodo che mi preoccupa molto. La situazione è critica e allarmante. Vedo tanti amici bloccati che non riescono ad avere il budget. Il cinema italiano ha bisogno di una nuova generazione che racconti l’Italia, sia come paese che per fare arrivare all’estero chi siamo”. Ma conclude con un messaggio di speranza: “Per fare film non servono grandi budget o tanti mezzi e in questo caso io l’ho dimostrato. Comunque consiglio ai giovani alle prime armi di non decretare il proprio valore dalla riuscita o meno dei propri progetti”.
