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Totò in Uccellacci e uccellini
Per colpa di Molière, tutti gli attori sognano di morire in scena. Totò ci è andato vicino quando, a Palermo nel 1957, nella faticosissima tournée della sua ultima rivista, si rese conto di non vedere più: una cecità invalidante che visse come un lutto, salvandosi grazie a un’etica del lavoro che lo spinse a tornare sul set nel giro di pochi mesi. Film, anzi filmetti (ne era consapevole), in cui piega l’handicap a proprio favore: dalla comicità fisica passa a quella di parola, la sovversione dell’ordine delegata ai giochi linguistici, il movimento che slitta dal corpo al verbo.
Dieci anni dopo, una vita dopo, quando non è più la star che porta le folle nelle sale di seconda visione (è il momento di Franco e Ciccio: che onta per il Principe quando scopre che, nel film a episodi Gli amanti latini, il suo sketch precede il gran finale della coppia), accetta alcune partecipazioni meno impegnative per il suo fisico provato da quasi settantenne. Nanni Loy lo vuole nel ruolo di un vecchio anarchico per Il padre di famiglia e Totò gli chiede solo tre cose: questo personaggio ha fame, ha sonno, ha freddo? La chiave è sempre quella: “le tre chiavi della farsa” sono “le tre cose più serie, più dolorose, più tristi”, sono “problemi di tutti” su cui “il comico deve lavorare”. Totò muore il 15 aprile 1967, due giorni dopo aver girato la sua prima scena del film: quella di un funerale.


Totò in Siamo uomini o caporali?
Sono frammenti che troviamo in Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò (Einaudi, pp. 128, € 16,00), un racconto che, dopo La bella confusione sulla rivalità tra Federico Fellini e Luchino Visconti nell’anno di grazia 1963, conferma il talento di Francesco Piccolo nel fare “divulgazione romanzesca” dell’avventurosa storia del cinema italiano. Che funziona soprattutto perché la sua è una voce riconoscibile (e riconosciuta, il che gli permette di rivendicare una qualche autorevolezza benché volutamente dimessa), peraltro la stessa che usa quando fa autofiction: l’ironia per attitudine e la curiosità come vocazione, l’apparato critico al servizio della narrazione e non viceversa, la leggerezza di chi – come diceva Raffaele La Capria citando Machado – cerca di essere “profondamente superficiale”.
Il Totò crepuscolare è una figura che non può non affascinare uno come Piccolo. Sul piano umano è rassicurato dalla tenera e solida unione con Franca Faldini e dal felice rapporto con la figlia Liliana che abita con la madre Diana a un tiro di schioppo da lui, continua a prendersi cura dei cani randagi e dispensa regali a chiunque abbia bisogno con la generosità tipica di chi ha conosciuto la miseria. Sul piano professionale, invece, è consapevole che la sua stagione sta volgendo al termine (i film sono sempre più sgangherati, salvati dall’improvvisazione e dal mestiere del comico veterano) ed è abbastanza stanco dopo essere stato spremuto da produttori e impresari. E non si capacita del fatto che lui, simbolo del cinema italiano che ha fatto novantasette film in trent’anni, non sia stato mai scelto da grandi autori: tra i pochi “non commerciali” ci sono Mario Monicelli in sette occasioni, Roberto Rossellini per Dov’è la libertà…? (che in realtà lo abbandonò all’inizio delle riprese), Luigi Zampa per Questa è la vita, Alessandro Blasetti in Tempi nostri, Vittorio De Sica per L’oro di Napoli, Mauro Bolognini per Arrangiatevi!.


Accetta con piacere il piccolo ma clamoroso ruolo di Fra’ Timoteo ne La mandragola di Alberto Lattuada (il dialogo con i teschi nelle catacombe è da antologia) e per un po’ crede alle promesse di Fellini, ma la svolta è la collaborazione con Pier Paolo Pasolini. Aneddoto noto, quello del primo incontro con il regista poeta, accolto in casa nonostante la diffidenza iniziale, con il Principe che spruzzò un disinfettante dove si erano seduti lui e Ninetto Davoli. L’amicizia tra i due è il cuore del libro di Piccolo: Uccellacci e uccellini, primo film del sodalizio, è un tardivo trionfo critico e un flop commerciale, con Totò che riceve una menzione al Festival di Cannes e il Nastro d’Argento senza goderselo appieno, angosciato dall’idea che la sua sia stata una carriera fallimentare.
Un po’ aveva ragione chi sosteneva che Pasolini avesse snaturato Totò, portandolo in un territorio troppo estraneo alla sua storia, ma Piccolo si concentra proprio sulla stranezza di un legame imprevedibile, il più forte della maturità di Totò come dimostrano i due episodi La terra vista dalla Luna (Le streghe) e, appunto, Che cosa sono le nuvole, ultimo credito cinematografico che si conclude con lui e Ninetto, marionette nella discarica che fissano il cielo “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.
Nel suo libro tanto breve quanto pieno (la bibliografia finale è corretta e utile), Piccolo torna all’infanzia (l’origine della maschera), riflette sul tema del doppio (una personalità scissa tra il Principe Antonio de Curtis e il guitto), esalta la notte cara all’attore (retaggio delle consuetudini teatrali ma anche meno faticosa per i suoi occhi devastati), offre bei momenti a Peppino De Filippo, alla storica spalla Mario Castellani, al fedele autista e assistente Cafiero e alla stessa Faldini, ovviamente nume tutelare quando si parla di avventurosa storia del cinema italiano (i monumentali tomi firmati con Goffredo Fofi). Per struttura e metodo, pare pronto per un film denso e malinconico. Diretto, perché no, da quel Mario Martone che è l’unica persona ringraziata alla fine del libro.

