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Ted Sarandos
45 giorni. La posta in palio nella partita Netflix-Warner è tutta in questo intervallo di tempo piccolo, ma di enorme importanza. Quel mese e mezzo che separa, in America (in Italia, solo per i titoli nazionali, è di 105 giorni), l’uscita theatrical di un film dal suo primo sfruttamento digitale. Si torna a parlare Oltreoceano della finestra esclusiva in sala, ovvero del periodo in cui un film è disponibile solo al cinema prima di passare alle forme di sfruttamento domestico.
Lo scorso martedì 3 febbraio a Washington, davanti alla sottocommissione del Senato su antitrust e diritti dei consumatori, Ted Sarandos ha messo sul tavolo la promessa di non violare la window di 45 giorni nel caso in cui l’acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix venisse finalizzata.
Tuttavia, quello che Sarandos non ha chiarito è se quei 45 giorni riguarderebbero ancora, com’è stato finora, solo il noleggio/acquisto digitale, ovvero il Transactional Video on Demand (TVOD), un periodo esclusivo di circa 30–60 giorni che prevede il pagamento una tantum per singola transazione, per noleggiare o acquistare contenuti digitali senza abbonamento. O invece, come sarebbe logico trattandosi del core business di Netflix, lo streaming in abbonamento (SVOD).
45 giorni a chi?
Non è un dettaglio. Come spiega bene una recente inchiesta di Deadline, l’economia di sfruttamento del film segue un classico modello “a scalini”: prima la sala, con l’accesso dietro pagamento di un biglietto (prezzo alto), e l’esclusiva di 45 giorni, considerati la finestra minima perché il theatrical massimizzi i ricavi; a seguire il noleggio/acquisto digitale (TVOD: prezzo medio); passati 90-120 giorni il film entra nel circuito della SVOD (Subscription Video on Demand),a sua volta diviso tra Pay-1 (una finestra esclusiva di licensing a una singola grande piattaforma streaming) e Pay -2 (una volta scaduto il termine dell’accordo Pay-1,lo studio lo concede in licenza in esclusiva a un’altra piattaforma streaming per ulteriori ricavi); infine l’approdo nella TV lineare e o ad altre reti VOD.
Man mano che un film passa dalla finestra theatrical alle piattaforme successive, questa sequenza “a cascata” consente agli studios di essere pagati più volte per lo stesso film. Le finestre post-theatrical sono un flusso di ricavi ad alto margine perché quasi non comportano costi associati (marketing e pubblicità, distribuzione logistica, antipirateria, costi legali, ecc…).
Solo pochi film rientrano dei costi con la sola sala. La maggior parte dei titoli dipende dalle finestre successive per arrivare al pareggio o generare profitto. Ogni manomissione della finestra esclusiva, rischia di erodere questo modello su cui si regge l’economia del cinema.
Tornando all’audizione di Sarandos, se i 45 giorni diventano il tempo che separa la sala dallo streaming in abbonamento (SVOD), salta un anello decisivo della catena, deprezzando tutto ciò che viene dopo. Oggi, nei fatti, lo streaming in abbonamento arriva mediamente molto dopo la sala. In mezzo c’è il tratto più redditizio dell’home entertainment, quello “a transazione”. Ecco perché “45 giorni” non basta se non viene spiegato: 45 fino a cosa? Fino al noleggio? Fino allo streaming in abbonamento?
L’effetto domino
“Questo scarto tra una finestra di 45 giorni e una di 90 giorni per la SVOD è la differenza tra salvare la sala e lasciarla morire”,scrive Deadline.Portare la SVOD a 45 giorni dall’uscita theatrical renderebbe la maggior parte dei film non profittevoli e infliggerebbe un colpo mortale alle major, agli esercenti, ai consumatori e a decine di migliaia di lavoratori (si stima che le perdite di posti di lavoro - includendo dipendenti diretti e indiretti, lavoratori dell’esercizio e altri - supererebbero le 250.000 unità nei primi cinque anni.
Sempre Deadline: “Senza finestre non esiste, per la maggior parte del pubblico, alcuna ragione programmatica e davvero convincente per andare in sala, a prescindere dal film. Le finestre brevi educano lo spettatore ad “aspettare che passi” il passaggio in sala. Se i consumatori sanno che possono semplicemente noleggiare un film, o che lo troveranno su un servizio che già pagano entro tre o quattro settimane, l’incentivo ad acquistare un biglietto si riduce in modo significativo. Se questo cambiamento nelle abitudini taglia anche solo il 10%–30% degli incassi al box office, può essere la differenza tra un film profittevole e una svalutazione/azzeramento a bilancio. Abbiamo modellizzato questo spostamento e stimiamo che la perdita di box office sarebbe in realtà nell’ordine del 30%–50%, il che distruggerebbe la produzione delle major di circa il 50%”.
I ricavi theatrical, diversamente dallo streaming, sono diretti e trasparenti, senza costi continuativi di servicing (i costi continuativi di gestione/erogazione tipici dei servizi in abbonamento) o di churn (il tasso di abbandono degli abbonati. Per ridurlo, le piattaforme devono spendere in modo ricorrente). Gli studios trattengono circa il 50%–55% del box office domestico e il 43% di quello internazionale. È liquidità “pulita”.
Sostituire questi ricavi theatrical con ricavi da streaming ammortizzati e indiretti favorisce la piattaforma più del creatore di contenuti, perché il denaro della sala è “cash” immediato e tracciabile, quello dello streaming è valore distribuito nel tempo, spesso non attribuibile a un singolo film e con margini diversi. Se anticipi troppo la SVOD, sposti redditività dal film alla piattaforma e abitui il pubblico ad aspettare. Nel frattempo, il mercato della sala si restringe e, una volta che il segmento premium si è assottigliato, gli studios non riescono più a colmare il buco con ricavi a margine più basso. Al contrario, un percorso in sala protetto crea un asset durevole. Un’uscita affrettata crea invece merce deperibile. La library è l’asset più prezioso di uno studio. Se i film non vengono distribuiti ampiamente in sala, gli studios perderanno una parte materiale della valutazione della propria library.
E allora il punto, alla fine, non è tanto “streaming contro sala”. Ma cosa resta del cinema se la finestra di separazione tra l’uno e l’altra si assottiglia o si azzera. E dunque: 45 giorni verso cosa, e chi ha davvero interesse a rispondere con chiarezza?
