C’è un’urgenza quasi tattica nel cinema di Joe Carnahan, una necessità di rintracciare sotto la pelle del genere - sia esso il poliziesco procedurale o l’heist movie più febbrile - quel battito irregolare che appartiene alle esistenze deragliate.

Con The Rip – Soldi sporchi, disponibile su Netflix (debutto con quasi 42 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo), il regista di Narc, Smokin' Aces e The Grey non si limita a rintracciare le coordinate del noir metropolitano, ma compie un’operazione di scavo dentro l’immaginario della sconfitta. Il titolo stesso, “lo strappo”, non è solo l’oggetto del contendere (la rapina ai danni di altri criminali), ma la condizione esistenziale di un manipolo di uomini che ha smesso di credere alla redenzione per affidarsi esclusivamente alla sopravvivenza.

Siamo a Miami. All’indomani dell’omicidio del capitano Jackie Velez, i sospetti ricadono sulla sua unità speciale, la Tactical Narcotics Team, tra voci di poliziotti corrotti che derubano i trafficanti di droga. Il suo vice, il tenente Dane Dumars (Matt Damon), riceve una misteriosa soffiata e parte con i colleghi detective (Ben Affleck, Steven Yeun, Teyana Taylor, Catalina Sandino Moreno) per verificare l’eventuale presenza di denaro illecito in un’abitazione a Hialeah.

The Rip - Soldi sporchi © 2025 Netflix, Inc.
The Rip - Soldi sporchi © 2025 Netflix, Inc.
THE RIP. (L to R) Kyle Chandler as DEA Agent Mateo 'Matty' Nix, Ben Affleck as Detective Sergeant J.D. Byrne, Steven Yeun as Detective Mike Ro, Teyana Taylor as Detective Numa Baptiste and Catalina Sandino Moreno as Detective Lolo Salazar in The Rip. Cr. Claire Folger/Netflix © 2025. (Claire Folger/Netflix)

Il film si inserisce in quel solco profondo che dai classici di Jean-Pierre Melville arriva alla sintesi digitale e crepuscolare di Michael Mann, senza ovviamente riuscire a toccare quelle vette. Carnahan rifugge l’astrazione estetica per sporcarsi le mani con una materia filmica densa, sporca, quasi asfissiante. Se il poliziesco classico si muoveva lungo i binari della contrapposizione tra legge e crimine, l’heist movie contemporaneo di Carnahan abita la zona grigia dove i confini sono sbiaditi dal sudore e dalla polvere.

La messa in scena lavora sui volumi e sugli spazi chiusi: le auto, i vicoli ciechi, quel garage dove il tempo sembra dilatarsi in attesa dell'inevitabile esplosione. È un cinema che non ha bisogno di spiegare la propria etica perché la esibisce attraverso i corpi.

In tal senso, il vero baricentro dell’operazione è il ricongiungimento tra Matt Damon e Ben Affleck (che già nel 2023 avevano dato vita al bellissimo Air - La storia del grande salto): i due attori si mettono al servizio di Carnahan con una generosità che passa per la sottrazione.

Matt Damon lavora su una precisione quasi geometrica, il suo personaggio è un congegno che inizia a perdere colpi, una maschera di lucidità che nasconde un abisso di stanchezza. La sua prova è tutta nervi e sguardi laterali. Ben Affleck, d’altro canto, conferma una maturità drammatica "materica". Il suo volto, solcato da una gravità che sembra pesare quanto il destino stesso, incarna l’anima dolente del film.

La loro interazione non vive di facili richiami nostalgici, ma di un cortocircuito emotivo costante. È la storia di un’amicizia che è diventata un’abitudine pericolosa, un legame che si stringe come un cappio mentre il mondo intorno a loro collassa. Vedere Damon e Affleck muoversi in questo sottobosco criminale significa assistere alla decostruzione dell'eroe americano: non più invincibili, ma fragili, fallibili, profondamente umani.

© 2025 Netflix, Inc.
© 2025 Netflix, Inc.
THE RIP. (L to R) Ben Affleck as Det Sergeant JD Byrne and Matt Damon as Lieutenant Dane Dumars in The Rip. Cr. Warrick Page/Netflix © 2025. (Warrick Page/Netflix)

Carnahan concede poco o nulla allo spettacolo fine a se stesso: la violenza, quando arriva, è secca, sgradevole, priva di coreografie compiacenti. È un film che "puzza" di realtà, capace di restituire il senso di paranoia che accompagna ogni scelta sbagliata. La tensione è gestita con una sapienza artigianale che oggi, nell'era dei blockbuster levigati, appare quasi sovversiva.

The Rip rivendica l’importanza della "metà oscura" del cinema di genere, una riflessione amara sulla circolarità del male e sull'impossibilità di sfuggire al proprio passato, al netto di una sceneggiatura che indugia forse troppo in alcuni topoi che sanno di già visto, rischiando in certi passaggi di apparire eccessivamente programmatica nel suo nichilismo. Se la prima parte convince per la costruzione atmosferica, il secondo atto soffre di alcune lungaggini narrative che smorzano l’urgenza del racconto. Peccato.