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Gianni Amelio
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Suona un po’ retorico però è la verità: Gianni Amelio ci ha insegnato ad amare il cinema, un vizio – come il titolo del suo prezioso libretto che raccoglie i suoi scritti per Film Tv – e una magnifica ossessione per le immagini di un mondo lontano che continua a interrogare le nostre vertigini. Un amore che Amelio ha riversato nel cinema stesso, restituendoci un’opera complessa e refrattaria alle etichette, umanista per vocazione, esaltata da uno sguardo che accoglie Rossellini e De Sica, le opere e i giorni, l’epica e il quotidiano, la favola e la cronaca, la ragione e il sentimento.
Regista dei bambini, si è detto spesso, dalla ribellione dell’esordio televisivo La fine del gioco (1970, titolo che molto dice di questo impetuoso cineasta calabrese) all’enfant prodige Il piccolo Archimede (1979) fino a Il ladro di bambini (1992), il capolavoro che forse più di tutti ne rispecchia lo stile asciutto, l’empatia senza ammiccamenti, il nitore espressivo.
Regista di figli e di padri, allora, cardine di tutta una filmografia naturalmente melodrammatica per il susseguirsi continuo di fratture da sanare e reticenze da colmare: dal magnifico Colpire al cuore (1983) sulle famiglie squarciate dal terrorismo allo struggente Le chiavi di casa (2004) per recuperare il tempo perduto fino alla ricognizione storico-emotiva de Il primo uomo (2011: le biografie altrui sono sempre i nostri specchi) e alle cose non dette che affollano La tenerezza (2017).
Ma anche dei conflitti, tra etica e epica, che siano scatenati da passioni dilanianti se non distruttive – come quelle tra amici e colleghi al crocevia della Storia (I ragazzi di via Panisperna, 1988) o tra fratelli destinati a logorarsi (il mélo viscontiano Così ridevano, 1998) – o nel cuore squarciato di un’Europa disperata (il viaggio verso la “terra promessa” in Lamerica, 1994). Ma Amelio è anche regista civile nel senso meno ideologico del termine, d’opposizione perché disinteressato a stare dalla parte di chi ha vinto o vincerà: da Porte aperte (1990) contro la pena di morte a Campo di battaglia (2024) contro l’orrore della guerra.
E degli esercizi di memoria, da Hammamet (2020) su un ex potente che fa di tutto per (non) essere dimenticato a Il signore delle formiche (2022) – che espande il discorso personale di Felice chi è diverso (2014) – così lucido e appassionato nel mettersi accanto agli umiliati e offesi da un sistema spietato nel suo cinismo borghese.
Un premio alla carriera che, come dice la presidente Piera Detassis, celebra un uomo che “merita un posto speciale nella nostra storia culturale”, giacché Amelio incarna il cinema “per passione, per identificazione, per la capacità affabulatoria, per la capacità unica di coniugare visione, pura immaginazione e forte sentimento civile e sociale”. Ma anche un premio in carriera: lo aspettiamo nei prossimi mesi con Nessun dolore (Venezia?).
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