Navigando nella filmografia di Ellen Burstyn (che riceve oggi il Leone d’Oro alla Carriera di Venezia 83), ballerina, modella e poi attrice a Broadway (“Fair Game”), prima di debuttare al cinema con Vincente Minnelli (Ciao, Charlie), proviamo lo stesso turbamento che suscita “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. Se Ellen Burstyn è stato uno choc sia estetico che femminista è perché ha risposto col suo talento intransigente a tutte le restrizioni del femminile, opponendo l’imprevedibile al perpetuo “scenario femminile”.

Sotto le sue dita e nei suoi occhi chiari, lo spazio di un film diventa il luogo sacro dove è possibile pensare attitudini alternative alle cose che scandiscono le nostre vite: matrimonio, maternità, casa, carriera, vecchiaia. Nel suo lavoro, le stagioni di una donna, vissute come obbligatorie, si riducono a pura contingenza, a un espediente narrativo spazzato via dall’attrice come dal personaggio, che rifiuta gli uomini o li desidera sopra a ogni cosa, diventando negli anni l’epitome della follia o della gentilezza. Alice o Ellen, la sua è la storia di una vocazione inalienabile, la storia di una donna che si è messa in viaggio e ha preso la sua vita in mano.

È una delle rare attrici coronata tre volte, ha vinto la “Triple Crown of Acting” (Emmy, Tony, Oscar) e dimostrato che ci sarebbe stato ancora un posto per lei nel cinema a cinquant’anni, a sessant’anni, a settant’anni, a ottant’anni e perfino a novant’anni, guardare Place to be per credere.

Non si tratta mai né dello stesso personaggio che invecchia di film in film, né dello stesso ‘gioco’ che si riproduce come un metodo, Burstyn si preoccupa di coniugare una forma di sovranità solitaria (soprattutto nelle inquadrature di gruppo) e gli spasmi della sua interpretazione con una rinnovata consapevolezza della propria età e della propria femminilità.

Spende la sua carriera prendendo in contropiede tutto quello che deve accadere a una donna e a seconda dell’umore, si riprogramma, sogna e fa incubi. Ma partiamo dall’inizio.

In principio fu Bogdanovich, l’ultimo spettacolo e il primo ruolo a imporla all’attenzione del pubblico dentro una città fantasma battuta dal vento del Texas, dove ragazzi e ragazze hanno un’unica preoccupazione: perdere la verginità prima degli altri. Finirà con una sbornia da urlo e la (guerra in) Corea come ultimo orizzonte. Ma è la madre dilaniata dalla presenza demoniaca che divora la sua prole (L’esorcista) a lasciare il segno sulla sua carriera appena cominciata, una sorta di stigmate, un’impronta che marchia i personaggi a venire e diversamente perturbanti.

Ellen Burstyn in L'esorcista - WEBPHOTO
Ellen Burstyn in L'esorcista - WEBPHOTO

Ellen Burstyn in L'esorcista - WEBPHOTO

Per William Friedkin interpreta un’attrice televisiva turbata dai suoni singolari che provengono dalla camera della figlia all’alba dell’adolescenza. Oggi come ieri, il realismo quasi documentaristico di questa storia di liberazione dal male prende alla gola. Ellen Burstyn interpreta Chris MacNeil, una madre single e atea, indipendente e lavoratrice, il cui profilo di donna moderna e orientata alla carriera - spesso associato culturalmente ai temi della liberazione femminile - contrasta nettamente con la realtà viscerale e terrificante della possessione demoniaca di sua figlia.

Forte di un buon potere contrattuale per essere stata il genitore della posseduta Regan (Linda Blair), a Burstyn viene sottoposta la sceneggiatura di Robert Getchell (Alice non abita più qui). Ed è lei a convincere la Warner a finanziare il progetto e a proporre Martin Scorsese alla regia. E a ragione.

Ellen Burstyn e Kris Kristofferson in Alice non abita più qui
Ellen Burstyn e Kris Kristofferson in Alice non abita più qui

Ellen Burstyn e Kris Kristofferson in Alice non abita più qui

Nella filmografia dei grandi registi troviamo sovente uno o più film che rivelano quello che avrebbero potuto essere, le strade che avrebbero potuto intraprendere. Alice non abita più qui sta a Scorsese come Tirate sul pianista sta a Truffaut. Alla maniera di un’“anomalia”, il film completa e illumina l’universo del suo autore, offrendo insieme tutti i piaceri di un road movie americano degli anni ’70: i grandi spazi, il rock’n’roll e attori che si realizzano nella loro libertà appena conquistata, Ellen Burstyn, Kris Kristofferson e Jodie Foster.

La deviazione nel percorso di Martin Scorsese è dovuta alla volontà dell’autore di prendere le distanze dal suo lungometraggio precedente, autobiografico e iper-virile (Mean Streets). Allo stesso modo e nello stesso periodo, Ellen Burstyn, impegnata nelle riprese de L’esorcista, si mette alla ricerca di un film che la porti definitivamente alla ribalta e di un giovane regista in grado di evitarle le trappole della convenzione. Punta su Scorsese e l’anno successivo l’Accademia ne conviene, assegnandole l’Oscar come migliore attrice. In un libero scambio di idee, Ellen e Martin aprono spazi all’improvvisazione. Alice, madre vedova in fuga con il figlio per realizzare il sogno di cantare meglio di Alice Faye, è un personaggio così concreto e sfumato che molto si risolve nella maniera di Ellen Burstyn di incarnarlo. Se Scorsese mette in forma, la sostanza sentimentale appartiene all’attrice e alla sua performance.

Il risultato di questa collaborazione, di una fluidità sorprendente, testimonia la maturità di un giovane autore. Nelle sequenze che gettano Alice nelle braccia di Ben (Harvey Keitel), uno psicopatico che odia le donne, si ritrova tutto il potenziale di violenza che Scorsese ha già dimostrato. Ma le scene d’amore tra Ellen Burstyn e Kris Kristofferson trasudano tenerezza e leggerezza. Il cantautore country, che all’epoca stava diventando una star del cinema - aveva appena recitato in Pat Garrett e Billy the Kid di Peckinpah - incarna una figura maschile come non se ne vedranno mai più nei film di Scorsese: solida, rassicurante, divertente.

Ellen Burstyn, da par suo, respira l’aria libera e nervosa dell’America primi anni Settanta. È l’America in movimento del pacifismo, della rivendicazione dei diritti delle minoranze, della liberazione sessuale, del femminismo. Dalla fine degli anni Settanta il cinema americano impone un nuovo linguaggio e una nuova rappresentazione del mondo. Ellen Burstyn diventa una delle muse della nuova Hollywood, che scardina e riformula i generi, è l’inquieta portatrice di un turbamento personale e sociale di riscatto e di autonomia. Se per Gena Rowlands in Una moglie, uscito nello stesso anno, il 1974, quella tensione assume la forma della nevrosi o della malinconia che finisce per assalire lo spettatore, per Burstyn prende un tono più solare, la vitalità diffusa del film si coniuga con la morbidezza del suo sguardo. Per Alice la scoperta di sé coincide col viaggio e una consapevolezza senza filtri: “non posso stare senza un uomo”. Affermazione che poteva portare con sé echi imbarazzanti di resa negli anni di rivendicazione femminista ma Alice non se ne cura e impone il proprio essere nel mondo e i propri desideri. E poi l’uomo della sua vita resta forse ‘quel figlio’ con cui condivide il viaggio e che tornerà a tormentare la sua ‘stupefacente’ filmografia come un filo elastico (Requiem for a Dream). A suo modo anche Nolan cavalca il rapporto madre e figlio, ribaltando a colpi di tesseratto la relazione: la figlia anziana (Ellen Burstyn) incontra il giovane padre mai invecchiato (Matthew McConaughey) a causa di una faglia spazio-temporale (Interstellar).

Attrice senza compromessi dietro lo sguardo opalescente, allieva e insegnante dell’Actors Studio, ha ispirato quell’incredibile inventore di forme che fu Alain Resnais (Providence), seguendolo in una surreale esplorazione del processo di creazione; è sprofondata nella follia della tossicodipendenza per Aronofsky (Requiem for a Dream), un altro ossessivo viaggio all’inferno che le vale una nomination agli Oscar; ha recitato un monologo potente sul dolore e la sopravvivenza in faccia a una figlia (Vanessa Kirby) che ha perso il suo bambino alla nascita, (Pieces of a Woman); ha rimandato il crepuscolo inseguendo l’ultimo ‘battito d’ali’ per Mundruczó (Place to be); ha offerto un’interpretazione superba nei panni della madre complessa e difficile del detective Elliot Stabler, aggiudicandosi un Emmy Award (Law & Order: Organized Crime) e più recentemente ha omaggiato Marilyn Monroe, assumendo l’intelligenza dell’interprete e restituendo i contorni auratici della diva e la violenza dell’industria cinematografica. La questione è più di natura plastica che psicologica e la sua libertà gestuale diventa progressivamente il fulcro ardente della regia di Maggie Gyllenhaal. Flesh Impact la mette di fronte a due spettri: quello di una giovane diva che torna a tormentare anche lei e quello della senilità, evocata dalla sua stessa presenza al centro della scena. Ma grazie all’amore per l’arte drammatica, Ellen riesce a liberarsi dalla vertigine della dissoluzione che la travolge. Flesh Impact la rende esplicitamente eroica. Quello che incarna sullo schermo attinge a tutto ciò che è stata, e anche l’usura del corpo è il risultato di un intero passato fatto di immagini.

Nel cortometraggio di Gyllenhaal, presentato alla Mostra in occasione della cerimonia di consegna del riconoscimento all’attrice, l’attrice trascende il senso straordinario di Monroe per il dialogo (comico), scivola sulle parole di Tennessee Williams (“Sweet Bird of Youth”) e ribadisce la dolcezza di una nuova stagione che vive a gonfie vele, ritirando personalmente il suo sacrosanto Leone alla carriera.

Una carriera visionaria come fu il suo intervento nel film manifesto di Delphine Seyrig (Sois belle et tais-toi): “Non vorrei essere un uomo perché oggi abbiamo la vitalità dalla nostra parte. Il dono che condividiamo è che le cose ci stanno a cuore, ci preoccupiamo l’una per l’altra, ci prendiamo cura l’una dell’altra, rendiamo le cose migliori. Ora è il pianeta che dobbiamo curare e rendere migliore. Non credo che questo tipo di cura possa provenire dagli uomini che ci hanno messo nella situazione in cui ci troviamo adesso. Come donne possediamo un codice di sopravvivenza che deve prosperare e diventare più forte di qualsiasi altra cosa. Senza questo, non ci sarà più alcun pianeta”. Era il 1981, oggi lo chiamiamo ecofemminismo. Del resto anche il finale di Interstellar apriva una riflessione quasi cosmica: l’idea che porre fine al dominio maschile significhi anche salvare l’umanità e il pianeta…

Tornata alla ribalta negli ultimi anni in modo tanto inaspettato quanto spettacolare, ricordiamo ovviamente la riedizione del director’s cut de L’esorcista, per le nuove generazioni di autori e di autrici incarna l’attrice capace di affrontare qualsiasi sfida ma di amarne una su tutte, la maternità: “Perché è l’esperienza dell’amore incondizionato. Si ama il proprio figlio non perché ha detto o fatto qualcosa, ma perché è tuo figlio. Tutto qui. È l’esperienza più appagante che si possa vivere”. Quello che dimostra il suo film più bello. Dopotutto, Alice non abita più qui è una variante originale dell’invitto topos della guerra dei sessi.