Nei Manoscritti economico-filosofici, Karl Marx svincola il concetto di “alienazione” dalle precedenti nozioni filosofiche, religiose e politiche, per collocarlo invece nella sfera economica e lavorativa.

È quindi l’ossessione produttiva del sistema capitalista a schiacciare l’individuo, inserendolo in un meccanismo basato sulla massima competizione che, da un lato lo priva della propria natura di essere libero e creativo, e, dall’altro, distrugge qualunque costrutto solidale alieno dai vantaggi di classe o non regolato da mere necessità utilitaristiche.

L’unica via per riappropriarsi della coscienza individuale è quella di una rivoluzione pratica e strutturale, volta a smantellare le basi economiche del capitalismo, facendosi carico delle necessità del prossimo e rinunciando ai propri privilegi nel nome di un bene collettivo. 

Da buon marxista militante e impenitente, Robert Guédiguian, parte da questi presupposti per sviluppare il suo venticinquesimo lungometraggio: Une femme aujourd’hui, scritto insieme a Serge Valletti e Laurette Polmanss e in concorso alla 23ª edizione delle Giornate degli Autori a Venezia 83.

In linea con una visione di cinema quale pratica comunitaria ed etica, il cast è nuovamente composto dai fedelissimi Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Grégoire Leprince-Ringuet e Gérard Meylan, con tanto di cameo fotografico per Jacques Boudet (scomparso due anni fa, ma presente in un ritratto appeso al muro), mentre promuove a protagonista Marilou Aussilloux, già scritturata ne La gazza ladra (2024). La “donna di oggi” del titolo è la sua Juliette, una trentenne in carriera, che sembra avere tutto: bellezza, salute, lavoro prestigioso nella finanza internazionale, casa lussuosa, viaggi da sogno e nessun legame sentimentale (solo fugaci incontri via app). Eppure non serve molto per intuire che quella presunta “libertà”, tanto esibita quanto difficile da accettare per chi la conosce (a partire dai genitori, incapaci di comprendere perché la figlia rifugga sia la maternità, sia una qualunque relazione stabile), nasconde un vuoto di cui non pare essere consapevole nemmeno la stessa Juliette, troppo impegnata per fermarsi a pensare o riflettere sul reale significato dell’esistenza che ha scelto. 

Quando resta vittima di un’aggressione sessuale e ogni certezza del suo mondo asettico si infrange, ha davanti due strade: andare definitivamente in pezzi per non rialzarsi mai più o dare un taglio netto al passato e ricostruire la propria vita su altri presupposti. Dato che siamo in un film di Guédiguian, non è difficile intuire la scelta della protagonista, dettata dalla doppia traumatica scoperta della fragilità (propria e altrui) e guidata dall’incontro con i volontari di una casa-rifugio, che accoglie donne abusate, madri con bambini e migranti alla ricerca di un nuovo inizio. Ma il dramma vissuto da Juliette spinge la madre (interpretata dalla sempre magnifica Ascaride, musa e compagna del regista) a riaprire una ferita di famiglia, svelando come la violenza contro le donne sia una questione atavica e abbia molto in comune con gli abusi che hanno macchiato il passato coloniale della Francia.

Tutti argomenti attuali e difficili, che però Guédiguian affronta con il suo sguardo limpido e con la solita, incrollabile fiducia nella sostanziale bontà degli esseri umani, nonché nell’auspicabile creazione di una società collettiva, capace di rappresentare una nuova, autentica “famiglia”, spogliata dall’ottica del dominio e costruita sulla solidarietà reciproca. Forse Une femme aujourd’hui non aggiunge ulteriori o particolari spunti a una filmografia che ha già detto molto e con maggiore forza, tuttavia conferma la coerenza del proprio autore e perora la causa di un’utopia a cui, almeno al cinema, è bello credere.