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Benny Safdie, Josh Safdie e Adam Sandler sul set di Diamanti grezzi
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Il duello tra i fratelli Safdie è una delle “narrazioni mancate” di questi Oscar. Com’è noto, Josh (nato nel 1984) e Benny (di due anni più giovane) hanno collaborato per due decenni, dai cortometraggi a basso budget in cui ricoprivano di volta in volta i ruoli di registi, sceneggiatori, attori, direttori della fotografia e montatori ai lungometraggi ormai di culto, da Good Time a Diamanti grezzi.
Quest’anno, sono usciti i loro primi film in solitaria, entrambi sono distribuiti dalla A24, l’azienda che si ritiene la boutique del cinema indie. The Smashing Machine di Benny, vincitore del Leone d’Argento a Venezia, è considerato un flop: 50 milioni di dollari di budget, 21 al botteghino, sostanzialmente ignorato agli Oscar.


Discorso diverso per Marty Supreme di Josh: con un budget compreso tra i 60 e i 70 milioni (esclusa l’imponente e costosissima campagna promozionale, volta a costruire una sorta di evento culturale), è il maggiore incasso nella storia di A24 sul mercato nordamericano (ancora in sfruttamento, veleggia verso i 115 milioni) e ha conquistato nove nomination agli Oscar.
Ci sono molte speculazioni sulla separazione dei Safdie. Ritirando il premio a Venezia, Benny ha curiosamente ringraziato chiunque tranne Josh, ma era presente alla première newyorkese di Marty Supreme. In un’intervista a The Playlist, ha lasciato poche speranze per una reunion: “Abbiamo fatto insieme dei film fantastici, ho imparato così tanto. È mio fratello. Ma sono arrivato al punto in cui c’erano cose che volevo esplorare e che lui non voleva, e viceversa”. Dal canto suo, Josh non ha detto una parola sulla rottura.


Timothée Chalamet e Josh Safdie sul set di Marty Supreme
Con un tempismo perfetto, all’indomani delle nomination dell’Academy, Page Six, una testata scandalistica non esattamente autorevole ma molto seguita, ha cercato di argomentare i motivi della separazione. Ora, capiamoci, parlare di questa frattura è una questione che sconfina inevitabilmente nel gossip. Ma il resoconto della vicenda ci fa capire quanto l’attenzione attorno agli Oscar si alimenti anche di pubblicità negativa e campagne diffamatorie. E, come vedremo, quello di Page Six è anche un caso di character assassination, uno sforzo deliberato e sostenuto per danneggiare la reputazione o la credibilità di un individuo. Nello specifico, di Josh Safdie.
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