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«La tecnologia aumenta esponenzialmente, mentre la mente e l’animo dell’uomo restano gli stessi da millenni. È questa inversione di curve che mi affascina e mi spaventa». C’è già tutto Metropolis, forse, in questa frase di Boosta. La macchina e l’uomo, la velocità e la coscienza, il futuro immaginato e quello che, quasi un secolo dopo, ci siamo ritrovati addosso.
Davide Dileo, musicista, compositore, produttore, cofondatore dei Subsonica, è al Lecco Film Fest per realizzare dal vivo sessioni di ascolto sul capolavoro di Fritz Lang, film del 1927 ambientato in un 2026 allora remotissimo e oggi improvvisamente presente. Un’opera che ha fatto la storia del cinema e che continua a parlare di lavoro, potere, disuguaglianze, corpi, macchine, immaginazione tecnologica. Ma anche di paura. Soprattutto oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Partiamo da Metropolis. Un film che ha quasi cento anni, un capolavoro pensato anche per essere “musicato” attraverso le immagini.
Metropolis è un film che ha fatto la storia. Quando ti avvicini a un capolavoro devi farlo con rispetto, trovando una chiave onesta per mettere in pratica quello che hai in mente. È un film di cui si sono scritti libri, articoli, recensioni, critiche. Riguardandolo, per lavorarci, quello che mi ha colpito non è stata soltanto la sua inevitabile modernità. Mi ha fatto riflettere soprattutto quanto sia evidente che l’uomo, in fondo, sia rimasto lo stesso da secoli.
In che senso?
Sono affascinato e spaventatissimo da questa inversione di curve: abbiamo una tecnologia che aumenta esponenzialmente, mentre il cervello dell’essere umano, la sua sensibilità, l’uomo in sé, procedono con una curva molto più lenta. Abbiamo fatto un salto epocale nell’ultimo secondo dell’esistenza del mondo.


Metropolis di Fritz Lang
Se guardiamo agli ultimi ottomila anni, sono davvero un battito di ciglia. Se poi restringiamo il campo alla rivoluzione industriale o al Novecento, stiamo parlando di pochissimo tempo. Il Novecento è stato un secolo breve, intensissimo. Adesso ci troviamo di nuovo a cavallo di una rivoluzione che sta accelerando. Ma accelera la tecnologia che abbiamo creato, mentre la mente e l’animo dell’uomo rimangono quelli di millenni fa. E anche il cervello con cui processiamo le informazioni è lo stesso. È qui che diventa tutto complicato.
In questo senso Metropolis sembra un film profetico: la macchina che rischia di schiacciare l’uomo, di sostituirlo, forse persino di fare a meno di lui.
Per la prima volta nella storia dell’umanità ci troviamo davanti a una tecnologia che abbiamo creato e della quale non sappiamo davvero quale sarà il punto d’arrivo. Se ci supererà, se dobbiamo cominciare ad avere paura. E il fatto che a dirlo siano anche persone che lavorano proprio con l’intelligenza artificiale è preoccupante.
Un anno fa ci avevi detto che siamo sull’orlo di qualcosa di grosso.
È un periodo bizzarro. Potrebbe essere anche molto eccitante, ma intorno a noi c’è una forza legata agli strumenti, penso per esempio alle armi, che è imponente e agghiacciante. C’è una plutocrazia schiacciante nei confronti dell’umanità. È davvero un momento cupo. L’uomo non ha mai vissuto epoche completamente pacificate, certo. Però quando guardo il telegiornale, da persona civile e responsabile, mi colpisce che tra le prime notizie ci sia spesso l’aumento del budget destinato alle armi. Siamo felici di poter dire che spenderemo più soldi in armi, in protezione. È qualcosa di atavico, che viene dalla prima tribù intorno al fuoco, quando proteggevi il tuo cibo e la tua comunità. Però è come se non fossimo riusciti a evolverci davvero da quel punto di vista.
E il cinema, l’arte, la musica che ruolo hanno in questo scenario?
Qui torniamo a Metropolis. Il film coglie dei segnali che erano nell’aria. Come accade agli artisti quando hanno una soglia di sensibilità più bassa degli altri, che scatta prima. Il vero valore dell’artista, qualunque forma d’arte pratichi, è questo: percepire prima quei segnali.
Uno dei timori legati all’AI è proprio che intervenga nel momento dell’immaginazione. Penso alla paura degli sceneggiatori: cercare idee in una macchina che rielabora idee già prodotte dagli esseri umani. Questo non rischia di ferire la capacità umana di creare qualcosa che prima non c’era?
Non lo so. Credo dipenda da quanta urgenza artistica hai. Uso “artista” in senso molto largo: musicista, pittore, sceneggiatore, chiunque manipoli storie. Perché in fondo è questo che facciamo. Lo puoi fare con un quadro, con una statua, con una cattedrale, con un film, con una colonna sonora, con una canzone. Interpreti una storia che ti è arrivata addosso, che hai cercato, che hai trovato, che ti ha colpito.
Non è lo strumento in sé il problema.
Penso che tutto continui a partire dall’essere umano e dalla sua urgenza di racconto. Se hai urgenza di racconto, hai bisogno di rimanere curioso. E se resti curioso, l’intelligenza artificiale la puoi approcciare, perché fa parte del nostro presente. A volte la trovo anche affascinante. Noi non possiamo avere la conoscenza di tutto quello che è successo, per quanto possiamo essere curiosi e preparati.


Una volta la nostra cultura era data dai libri che ci arrivavano, dai maestri, dalla tradizione orale e scritta, dal libraio, dal critico che recensiva il libro che avresti amato. Per i musicisti c’era il negoziante di dischi, che ti conosceva e magari ti proponeva qualcosa che sapeva poterti interessare. L’intelligenza artificiale, probabilmente, è anche una versione digitale, amplificata ed evoluta, di qualcosa che esisteva già. Ma c’è sempre il filtro dell’uomo. Per adesso, grazie al cielo, mi sembra che nel campo artistico noi siamo ancora il filtro fondamentale.
Però quel filtro da che cosa è fatto?
È fatto di cultura. E la cultura non è soltanto quella che ti fai online, sui libri, guardando film o ascoltando dischi. È anche quella che vivi nel quotidiano. Un artista, o meglio una persona che racconta, una persona che cerca storie e ha bisogno di storie, deve rimanere curioso. E non può rimanere curioso soltanto davanti a uno schermo, senza preoccuparsi dell’umanità che ha accanto. Perché in realtà tutto quello che facciamo, tutto quello che scriviamo e raccontiamo, è sempre un modo di parlare dell’umanità.
Nel 2026 c’è anche un altro anniversario importante per te: i trent’anni dei Subsonica. “Cieli su Torino 1996-2026” è una celebrazione, ma anche un bilancio. Che cosa significa arrivare a questo traguardo?
Non è brutto fare un bilancio, perché è un modo per celebrare qualcosa che non ti saresti aspettato. Quando inizi la tua vita sognando di fare quello che ami e riesci a realizzarlo, vivi soltanto il presente. Quando sei giovane pensi al presente, pensi che ci sarai per sempre a fare quello che ami. Poi arrivano trent’anni. Sali sul palco, vedi che sei ancora al posto giusto, che stai facendo quello che ami con la voglia e il desiderio di una volta. Vedi che ci sono tante persone che hanno condiviso quel percorso con te. Allora diventa davvero una celebrazione. Un buon compleanno. Se devo pensarlo in un’ottica di futuro, auguro al nostro percorso di rimanere in vita finché continueremo a sentirci al posto giusto. Finché avremo ancora la possibilità di crescere.
Fare musica insieme, dopo così tanti anni, è più difficile che farla da soli?
Sì, per certi versi è più complicato. Quando cominci molto giovane, parti con un’entità che ha una comunità di intenti, di ragionamento, di tutto. Noi all’inizio vivevamo addirittura insieme.
Poi, come nei matrimoni, si cambia. Cresci, fai famiglia, cambiano gli amici, nascono altre passioni, fai anche viaggi in solitaria che servono a sviluppare il tuo io, che poi rimetti nel gruppo, ma inevitabilmente a volte ti allontanano. È come un matrimonio, ma moltiplicato per cinque. Un’esperienza di fedeltà molto forte. E quindi diventa difficile.
Che cosa vi tiene ancora insieme?
I Subsonica hanno avuto un grandissimo privilegio. In tutti questi anni siamo stati molto bene per molto tempo, abbiamo anche litigato molto in alcuni periodi, ma persino nei momenti più difficili è stato bellissimo vedere che quando saliamo sul palco il palco non solo cancella tutto: siamo talmente potenti insieme che quella cosa, consapevolmente o inconsapevolmente, fa capire a ognuno di noi di essere ancora al posto giusto. È il motivo per cui stiamo insieme. Ci sono stati momenti in cui eravamo sul punto di scioglierci, momenti in cui avevamo idee completamente diverse su tutto. Poi magari capitava di risalire sul palco insieme, anche solo per una serata di beneficenza dopo un anno, e ritrovavi quel momento lì. Il palco riesce sempre a cancellare tutto. Ancora adesso. E ti fa comprendere che sei rimasto al posto giusto. Questa cosa è strepitosa.
Tornando a Metropolis: se dovessi dire che cosa ti interessa di più oggi in quel film, l’uomo, la macchina o la paura del futuro?
Mi interessa il fatto che dentro quel film ci sia ancora l’uomo. La macchina è impressionante, certo, ma quello che fa paura è che l’uomo sia rimasto lo stesso. La tecnologia va avanti, accelera, cambia forma. L’essere umano invece continua a portarsi dietro le stesse paure, le stesse pulsioni, lo stesso bisogno di proteggersi, dominare, raccontare, immaginare. È per questo che Metropolis è ancora vivo. Non perché abbia previsto tutto, ma perché ha colto qualcosa che continua a riguardarci.
