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Alessio Boni in Don Chisciotte di Fabio Segatori
“Don Chisciotte è una specie di Cristo laico”. Parola di Alessio Boni, che porta alla settima edizione del Lecco Film Fest Don Chisciotte, scritto e prodotto, con Paola Columba, e diretto da Fabio Segatori. Girato tra i calanchi lucani e le torri federiciane dell’alto Jonio, rinnova per immagini e suoni il capolavoro letterario di Miguel de Cervantes.
“Ci sono state 13 stesure della scrittura, un anno di lavoro solo sulla scrittura. Quindi, diciamo, è un'impresa colossale. Però è stata fatta nel mio quarantesimo anno di cinema, sicché mi sono onestamente sentito pronto ad affrontarla”. Con una avvertenza: “Molto spesso, come spettatore ho trovato frustrante che i registi mettessero il proprio ego davanti al testo. Io e Paola Columba, che ha sceneggiato il film insieme a me, ci siamo messi al servizio del testo di Cervantes, che è un testo meraviglioso, pieno di vita, un classico. E la cosa importante dei classici è che parlano a ognuno di noi come se fossero nostri contemporanei”.
A dar anima e corpo a Don Chisciotte è, appunto, Alessio Boni, che già aveva portato la creatura di Cervantes a teatro con il suo gruppo Il Quadrivio, e Serra Yilmaz per Sancho Panza, ché “la poetica in teatro non ha sesso”. E aggiunge: “Ci sono stati due anni di lockdown. In quei momenti del Don Quixote, ho avuto i miei primi due figli, Lorenzo e Riccardo, e continuavo a fare Don Quixote. Hanno visto papà in scena un anno, due anni, tre anni anche. Poi finisco e dopo sei anni, sette quasi, dentro la follia donchisciottesca, quella meravigliosa, fantasmagorica, quella positiva, che fa bene agli altri, incontro un altro folle, che si chiama Fabio Segatori, e parte questa avventura cinematografica”, che ha imbarcato Angela Molina, Galatea Ranzi e, quale Sancho, il sardo Fiorenzo Mattu, già Su Re di Giovanni Columbu. Con grande divertimento del pubblico lecchese, Boni rivela: “In quei giorni di riprese lì, ho concepito il terzo figlio. Quindi io ho tre figli che sono donchisciottini. Non sto scherzando. Ho la famiglia creata a mo' di Don Quixote, ma ora credo sia meglio che mi fermi”.
Sul suo (anti)eroe, Boni precisa: “Alla fine Don Chisciotte si sanchopanchizza un po’, e viceversa. È il primo romanzo letterario che traghetta, grazie a questo viaggio di queste due persone, le due sfere sociali diverse che si parlano, e si comprendono, e si capiscono. Qui c’è l'empatia che sempre di più è necessaria: continuiamo a parlare di progresso in termini di possesso, di ricchezza accumulata, e non capiamo che il progresso è semplicemente crescere in umanità. Don Quixote è proprio un esempio di questo, è una specie di Cristo laico che si investe di un'armatura dopo i cinquant'anni, che nel Seicento equivalevano agli 80 di adesso, va su un ronzino, prende un analfabeta per scudiero, devolve tutte le sue avventure a una contadina, Dulcinea, che crede principessa e va nella Mancha, metafora del mondo, per cosa? Diventare più ricco, più potente, possedere di più? No, lo fa per aiutare i poveri, i disadattati, gli esclusi. Vuole migliorare il mondo in quel modo lì, senza nulla in cambio, e non ha neanche un figlio. Chi non vorrebbe avere un padre, un nonno così?”.

