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Luca Guadagnino - Foto Karen Di Paola
La decisione di Amazon MGM di non distribuire più Artificial, il nuovo film di Luca Guadagnino su Sam Altman, il fondatore di OpenAI, ci dice una cosa. In realtà, ce ne dice più di una, ma partiamo dalla più ovvia: i rapporti tra Hollywood, e quindi gli studi di produzione, i distributori e le piattaforme streaming, e le tech companies sono sempre più stretti. Sicuramente, sono più stretti di quando, nel 2010, uscì al cinema The Social Network di David Fincher. All’epoca i social non erano una cosa nuova, ma non erano nemmeno così presenti come lo sono oggi: si usavano, ma non erano il centro di tutto; erano in piena espansione, ma era ancora possibile raccontare la storia del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, senza avere (troppi) problemi. C’è da dire, poi, che quella di Zuckerberg resta una storia perfetta per il grande schermo, specie per la sua evoluzione. Era – ed è tuttora – materiale da film, fatto e finito. Se poi ci aggiungiamo che a occuparsi della sceneggiatura fu Aaron Sorkin, diventa ulteriormente interessante.
Il caso di Artificial è un caso differente, e anche questo è fondamentale dirlo. Guadagnino aveva già lavorato con Amazon MGM, e il suo film, After the hunt, non era andato molto bene. Quindi, da un punto di vista puramente economico, non è una decisione così assurda. Il punto, però, è che la lavorazione di Artificial era quasi terminata quando Amazon MGM si è fatta da parte. Se ci fossero stati altri problemi, problemi più gravi riguardanti la tenuta narrativa o addirittura lo sviluppo del progetto, si sarebbe mossa prima. È probabile che, come ha suggerito Variety, abbia giocato un ruolo l’accordo che la società di Jeff Bezos ha stretto con OpenAI. E a questo proposito va aggiunto che Bezos, nel corso degli anni, non si è mai fatto problemi a intervenire direttamente. Pensiamo, per esempio, alle ingerenze nel Washington Post, di proprietà proprio di Bezos, che più volte ha cambiato la sua linea editoriale e che nel 2024 annunciò che non avrebbe preso una posizione sui candidati alle presidenziali.
Quello di Artificial, tra l’altro, non è l’unico caso in cui una società che si occupa sostanzialmente di audiovisivo si ritrova legata a doppio filo a una società che si occupa di tecnologia. Negli ultimi giorni, Google ha annunciato che investirà 75 milioni di dollari in A24 (Marty Supreme, Backrooms, The Drama) per sviluppare tecnologie basate sull’IA. E questo ci porta davanti a un altro tema: la doppiezza che sta vivendo Hollywood. Da una parte, ci sono creativi e artisti che si espongono in prima persona e si dicono profondamente contrari all’utilizzo dell’IA; dall’altra, produttori e distributori sono sempre più disposti a esplorare le possibilità offerte dalla tecnologia e, nello specifico, dall’intelligenza artificiale, sia per poter risparmiare sui costi che per non rimanere indietro rispetto ai propri competitor.
In questo discorso, si inserisce anche la decisione di Martin Scorsese di sostenere una start-up specializzata in intelligenza artificiale. Per carità: ha senso il discorso di chi dice che non si può demonizzare uno strumento senza prima conoscerlo. Ma è altrettanto vero che, nel momento storico che stiamo vivendo, si sta abusando dell’IA, spesso in modo sbagliato e senza nemmeno avere motivi validi. Non si usa, banalmente, per sostenere o migliorare il lavoro di qualcuno; si usa per sostituire artisti e creativi, per dimezzare i tempi, per produrre di più senza spendere le stesse risorse. Ed è un tema che non si può ignorare.
La storia di Artificial è una storia che, a suo modo, ci dice qualcosa sul futuro che ci aspetta. Al momento, Luca Guadagnino non ha ancora trovato un nuovo distributore. Netflix, A24 e Focus Features hanno già detto di non essere interessati. La lista dei possibili partner per Artificial si è ridotta a due nomi: MUBI e NEON. Arrivati a questo punto, è evidente che l’interesse di chi fa cinema e televisione di preservare le apparenze, o quantomeno di non dare un’idea sbagliata al pubblico, è passato completamente in secondo piano. Contano gli accordi, non i film. Contano i rapporti con le aziende che, di fatto, controllano l’economia globale o hanno un ruolo importante in essa, non gli artisti e le loro storie. Amazon MGM, che è comunque proprietaria di alcune IP importanti, come James Bond, probabilmente non sarà l’unica.
La decisione che è stata presa non è partita, banalmente, dalla qualità del film (lo ripetiamo: fosse stato quello il problema, sarebbe stata presa molto tempo prima, non ora, non dopo un accordo con OpenAI). Sembra essere partita da elementi del tutto estranei rispetto ad Artificial. E questo, che lo vogliamo oppure no, è un problema. Ed è un problema tanto per l’industria audiovisiva, che sta nuovamente puntando sul breve periodo, quanto per il pubblico, che si ritrova nel fuoco incrociato di entità sovranazionali, ridicolmente ricche, che hanno a cuore tutt’altro rispetto al suo bene o, più banalmente, il suo divertimento.

