Il lungo elenco di manufatti antichi del cinema horror – un catalogo assortito che vanta pezzi come la statua di Pazuzu, il Necronomicon, mani calcificate, tavolette, scatole, specchi, bambole, nastri e altre reliquie – si arricchisce di un nuovo oggetto maledetto: il fischio a forma di teschio. Lo potremmo ribattezzare il fischieschio.Di origine oscura, dagli effetti esiziali, non certo un feticcio affettivo da tenere sul comodino. I malcapitati di turno, teenager americani, se lo ritrovano dentro l’armadietto dalla scuola, recapitato direttamente dall’inferno. Ci fosse stato Pierino, avrebbe almeno avanzato il dubbio: “col fischio o senza?”. Ma siccome il pierino americano è acerbo di storia e ancor meno di antropologia, anziché indagare circospetto sull’arcano ritrovamento se lo ficca in bocca senza cura d’igiene né pentimento, e fischia.

Whistle – Il richiamo della morte (2026)
Whistle – Il richiamo della morte (2026)

Whistle – Il richiamo della morte (2026)

Così, come in La Casa la lettura del libro proibito era l’atto performativo che scatenava il male, qui il dare fiato viene preso alla lettera dal maligno oggetto, uccidendo il poco assennato utilizzatore. C’è anche – come l’adulto professore – chi cerca di lucrarvi, vendendolo sottobanco. E fa la fine che fa. Una volta che la maledizione è partita, il film si limita a inserire il pilota automatico, inanellando morti su morti, coreografate in un crescendo macabro. Piccolissimo dettaglio: non si muore e basta, ma nel modo in cui saresti comunque morto, solo prima e senza contesto.

È la logica di Final Destination, nella riproposizione di una mietitrice operaia e inflessibile e nel memento mori rifilato alla sana e inconsapevole libidine della gioventù stelle e strisce (Il teen curse movie è, di fatto, un romanzo di formazione in chiave escatologica).

Whistle – Il richiamo della morte (2026)
Whistle – Il richiamo della morte (2026)

Whistle – Il richiamo della morte (2026)

Hardy sa girare, ma è stato fin troppo generoso a descrivere il suo lavoro come un incrocio tra “The Ring e The Breakfast Club”. Confeziona semmai un classico comfort horror, spingendo in modo sicuro sui soliti meccanismi cinetici, le sue morti meccaniche (corpi che si spezzano come grissini), le atmosfere notturne e una carrellata di cliché nella caratterizzazione dei personaggi, a partire dall’immancabile, tormentata final girl (l’anomina Dafne Keen).
Unico elemento degno di nota, più che di rottura, è il giovane predicatore con la croce tatuata sul petto (Percy Hynes White), che si chiama Noah (sic!) e spaccia felicità in formato pasticche: una variante dell’oppio dei popoli dalle reminiscenze marxiane.

Whistle – Il richiamo della morte (2026)
Whistle – Il richiamo della morte (2026)

Whistle – Il richiamo della morte (2026)

La pigrizia vince sul resto e capire come verrà spezzata la catena non è impresa impossibile. Ovviamente tenendo sempre aperta la porta a un eventuale numero due, come conferma l’immancabile scena appena dopo i titoli di coda “rivela”.

Assodata la natura derivativa, va segnata una nota di colore politico. La reliquia maledetta, scopriranno i nostri, è di origine azteca. A conferma che il Messico, vecchio e nuovo, è il nuovo babau d’America. Anche a Trump devono essere fischiate le orecchie.