Johannes Roberts resuscita il “monkey horror” con Ben – Rabbia animale, titolo italiano di Primate, in sala dal 29 gennaio. Al contrario dell’originale che indica la natura scimmiesca, la traduzione punta sul nome proprio Ben e dà un indizio: un rimando costitutivo a Cujo di Stephen King. Se il film dell’orrore con la scimmia percorre in trasversale un periodo della storia del genere, soprattutto gli anni Ottanta con Monkey Shines di George Romero e Link di Richard Franklin, è però la parabola del San Bernardo assassino – e il film di Lewise Teague del 1983 – che rivive nello scimpanzé Ben nell’istante in cui prende la rabbia. Il cane gigante veniva morso da un pipistrello, il primate è azzannato da una mangusta “arrabbiata” e il guaio è fatto.

Ben – Rabbia Animale © 2025 PARAMOUNT PICTURES. ALL RIGHTS RESERVED
Ben – Rabbia Animale © 2025 PARAMOUNT PICTURES. ALL RIGHTS RESERVED
Troy Kotsur as “Adam" and Gia Hunter as “Erin” in Primate from Paramount Pictures. (Gareth Gatrell / PARAMOUNT PICTU)

Premessa: nel teaser vediamo l’uomo che si occupa cinicamente della bestia che entra in gabbia, cerca di raggiungerla per la puntura ma viene trascinato nel suo antro semioscuro e finisce brutalmente spellato su una parte del viso. Prima dei titoli di testa sappiamo quindi che il livello di brutalità sarà elevato. Dopo, vediamo il classico gruppo di adolescenti giungere in aereo nella villa sul mare del padre di una di loro, scrittore sordomuto ricco e famoso, che si esprime in lingua dei segni e lascia la magione per impegni editoriali. Non resta che organizzare un festino. In casa c’è però c’è lo scimpanzé Ben, amabile compagno di giochi, iper-intelligente, già addestrato dalla mamma ricercatrice che venne a mancare per tumore; lui è rimasto con loro, è uno di famiglia, addirittura “parla” per messaggi vocali pigiando i tasti di un tablet di ultima generazione – quelle assurdità che si usano oggi per far parlare gli animali.

Mentre le amiche, Lucy, Hanna e Kate fumano canne, bevono e organizzano il party, la bestia contrae la malattia e inizia lentamente a mutare senza che nessuno se ne accorga. Fino al brutale attacco che riserva a una di loro, costringendo tutti a lanciarsi nella piscina dalla quale non posso uscire per proteggersi, dato che la rabbia rende idrofobi – una sorta di anti shark movie dove bisogna restare in acqua. Intanto, però, Ben diventa sempre più astuto e continua la carneficina nei modi più vari e coreografici: dalla semplice presa a pugni fino, al culmine del delirio, ad infilarsi nel letto con un ragazzo e letteralmente strappargli la mascella. Il regista Johannes Roberts dispensa una particolare ferocia, ma non solo; mostra una certa conoscenza dell’horror, già intuita nei titoli precedenti (il migliore resta The Strangers: Prey at Night), che non si limita al mero jumpscare ma costruisce un altro tipo di spavento, un accerchiamento graduale e implacabile. Il pegno con l’archetipo viene pagato con una citazione letterale, ossia la ragazza imprigionata nella macchina come nel finale di Cujo, seppure con esito diverso. E c’è anche un frammento di thriller sordomuto, un’altra tradizione, al rientro del padre che non si accorge della belva killer perché non sente i rumori – tutto reso in soggettiva silenziosa.

Ben – Rabbia Animale © 2025 PARAMOUNT PICTURES. ALL RIGHTS RESERVED
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Johnny Sequoyah as “Lucy" in Primate from Paramount Pictures. (Gareth Gatrell / PARAMOUNT PICTU)

Per il resto Ben è un horror dal congegno semplice e di primo grado, col suo fascino da B-movie di 89 minuti: non è un eco-vegeance, come si diceva una volta, non c’è la vendetta della Natura contro l’uomo, alla FROGS per intendersi, ma c’è solo un scimpanzé impazzito che fa strage di tutti intorno. È malato, non è colpa sua. Il sottotesto che va cercato semmai è un altro e riguarda l’essenza della paura: qui il terrore deriva da ciò che finora abbiamo accarezzato, dall’animale domestico, l’incubo è nella nostra cuccia. E non ci possiamo fare nulla. Un horror selvaggio e consapevole con molte sequenze riuscite, coi tratti della scimmia che appaiono e scompaiono nella notte; quando si arriva al centro del massacro interviene perfino una sonorizzazione figlia dei Goblin – d’altronde non dimentichiamo la scimmia di Donald Pleasence in Phenomena. Insomma, siamo da quelle parti lì: nella zona dell’horror che sa cosa sta facendo, si iscrive in una tradizione, non è elevated ma propone una creatura che uccide, perché sa che viene prima il mostro che fa paura e solo dopo eventuali costruzioni intellettuali. Nota di merito allo scimpanzé: niente CGI, è un misto di trucco prostetico, lavoro degli stuntman e ricorso agli animatroni. Così non vediamo una “cosa” digitale chiaramente inesistente ma un essere fatto di materia, tangibile, che per questo alza il livello dell’inquietudine. Non poteva restare nella foresta? È sempre l’uomo, alla fine, l’animale più pericoloso.