Tra i tanti revival del cinema contemporaneo mancava giusto il ritorno del demonio nel ventre materno, politicamente sapido e religiosamente controverso refrain del cinema americano a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, in piena ribellione giovanile, libertarismo sessuale, contestazione della famiglia. Che la generazione dei padri e delle madri guardasse con sospetto quella dei figli era tutto sommato comprensibile, e che questa assumesse la contromanovra conservatrice del moralismo religioso non dovrebbe suscitare scandalo. In questo cuneo si infilano cult del genere come Rosemary’s Baby, Il presagio, L’esorcista, Baby Killer: film che trasformano la maternità in campo minato teologico, il feto in possibile Anticristo, la famiglia in trincea dell’apocalisse. Ma oggi che senso ha riproporre il tema dell’anticristo? Quale paura suscitano i nostri figli in un’epoca in cui sono semmai i genitori a essere eterni adolescenti? Se cercavate la risposta in questo Shelby Oaks – Il covo del male, resterete delusi. Più che accendere il diavolo nel di lei grembo, il film sembra suggestionarsi da solo, inseguendo alcuni affluenti dell’horror ultimo corso – il found footage, il folk horror, il lutto come dispositivo narrativo – con una sgraziata competenza di scrittura e messa in scena che rende l’impasto poco lievitato e, alla fine, più inutile che indigesto.

Sorelle, bugie e videotape

La premessa. Riley è la leader dei Paranormal Paranoids, quartetto di youtuber dediti alla caccia al soprannaturale. Anni prima, la loro ultima indagine nella misteriosa cittadina abbandonata di Shelby Oaks si è conclusa in tragedia: tre corpi massacrati, nessuna traccia di Riley. Di loro resta un alone mitologico online e qualche frammento di video disturbato, abbastanza da alimentare forum, teorie e ossessioni.

Shelby Oaks – Il covo del male
Shelby Oaks – Il covo del male

Shelby Oaks – Il covo del male

Mia, la sorella maggiore (Camille Sullivan), non si rassegna. Da una decina d’anni vive in una sospensione emotiva: famiglia, lavoro, matrimonio con Robert esistono ma come fossero scenografie di passaggio. Tutto converge sul buco nero di quella scomparsa. Quando un uomo sconosciuto si presenta alla sua porta per poi togliersi la vita davanti a lei, stringendo in mano una videocassetta con scritto “Shelby Oaks”, l’ossessione si riaccende.

Il nastro riporta a quel luogo maledetto, a un’indagine interrotta e a un demone infantile nato come gioco tra sorelle e forse divenuto qualcosa di più. Tra polizia che vorrebbe archiviare, una troupe che sta girando un documentario sul caso e nuovi indizi sparsi tra vecchie registrazioni, Mia intraprende un viaggio verso la città fantasma: un ex parco tematico divorato dalle erbacce, boschi che sembrano inghiottire il segnale e un passato di stregoneria e fanatismi religiosi che profuma di folklore da manuale.

Più si addentra in quell’immaginario, più i confini tra realtà e paranoia si fanno porosi, fino alla lunga sequenza nella casa della “strega” – culmine dichiarato del film – con tanto di epilogo nel seminterrato, cioè cliché nel cliché, porta d’accesso a un male che forse è soprannaturale, forse è solo il nome che diamo alle colpe irrisolte.

Il critico che voleva fare il regista

Chris Stuckmann arriva al debutto dopo anni da critico e content creator su YouTube, curriculum che spiega bene il carattere citazionista del film. L’avvio in mockumentary – con interviste, materiali d’archivio, stile da true crime da piattaforma – è, paradossalmente, la parte migliore: ritmo sobrio, qualche trovata di montaggio, un uso discreto del “materiale ritrovato” che sembra promettere un horror compatto, magari non rivoluzionario ma consapevole.

Shelby Oaks – Il covo del male
Shelby Oaks – Il covo del male

Shelby Oaks – Il covo del male

Il problema è che Stuckmann abbandona presto questa forma per cercare il “cinema grande”, e proprio lì inciampa. Il passaggio dal finto documentario al racconto classico non è una scelta, è uno strappo: la messa in scena si fa improvvisamente più ambiziosa senza che l’impianto drammaturgico la sostenga. Ne esce un film a due velocità: più sobrio e funzionale quando finge di “non essere cinema” (il mockumentary), più goffo e derivativo quando prova a esserlo davvero.

La scrittura non aiuta. Il lutto di Mia, la sua ossessione per Riley, il legame infantile con il demone immaginario rimangono su carta intestata: dichiarati, mai incarnati. Il dialogo è spesso funzionale fino alla piattezza, la psicologia dei personaggi ridotta a reiterazione di poche note (Mia che ripete che non può lasciare andare la sorella, Robert che fa da coro razionale e preoccupato). Sullo sfondo, una mitologia – Shelby Oaks, Darke County, la strega, il culto – che sembra pensata più come bibbia per futuri sequel che come ossatura simbolica del film presente.

Si intuisce che Stuckmann vorrebbe innestare sul thriller investigativo una riflessione su religione oppressiva, sensi di colpa, esilio familiare, ma sullo schermo restano accenni: Il diavolo bussa, ma nessuno gli apre il portone del grande horror teologico.

Atmosfere, jumpscare e deja-vu

Dal punto di vista formale, Shelby Oaks proclama a gran voce le sue influenze. C’è il bosco claustrofobico e povero di coordinate visive che occhieggia a The Blair Witch Project, la casa decrepita e la strega anziana che strizzano l’occhio a Hereditary e a Rosemary’s Baby, le inquadrature fisse sulla porta buia o sul corridoio vuoto che aspirano alla grammatica di Paranormal Activity e The Conjuring.

Shelby Oaks – Il covo del male
Shelby Oaks – Il covo del male

Shelby Oaks – Il covo del male

La fotografia, con il suo dominio di toni freddi e digitali, cerca la sospensione paranoide: paesaggi desaturati, neon di interni che appiattiscono i volti, bui un po’ “truccati” per nascondere la povertà delle scenografie. Ogni tanto un movimento di macchina più fluido, un taglio di luce obliquo, lasciano intravedere un’idea di regia; ma sono fiammate isolate dentro un impianto che assomiglia più a un collage di soluzioni altrui che a un discorso visivo proprio.

Anche il sound design lavora sul repertorio già sentito: brusii lontani, colpi secchi, fruscii nei nastri, rumori metallici, fino ai crescendo musicali che segnalano l’arrivo del jumpscare. Stuckmann predilige le atmosfere al puro spavento a scatto, lo si intuisce, ma non sa resistere alla tentazione di “annunciare” i suoi effetti, vanificandoli: quando tutto è potenziale jump, niente spaventa davvero.

Che confusione, sarà perché…

Il progetto nasce come fenomeno da piattaforma: record di finanziamento su Kickstarter per un horror indipendente, oltre 1,4 milioni di dollari raccolti, fan coinvolti fino a essere letteralmente “stampati” nel poster. La successiva benedizione produttiva di Mike Flanagan – cavallo di razza del genere – avrebbe dovuto garantire il salto di qualità, o quantomeno una certa solidità di confezione.

Eppure è proprio la coerenza a rimanere zoppa. Il film sembra risultato di stratificazioni successive: un’idea iniziale di mockumentary, un innesto di lutto e demone infantile, qualche richiesta di “più gore” e “più jumpscare”, un world building abbozzato per Darke County e dintorni, il tutto cucito con un montaggio che fatica a trovare una linea emotiva chiara. A regnare, più che il demonio, è la confusione: di toni, di registri, di priorità.

Né l’anticristo, né il trauma familiare, né gli accenti sulla religione oppressiva riescono a imporsi come centro di gravità. Shelby Oaks è un film che sa perfettamente cosa gli piace – altri film – ma non sa cosa vuole dire.