Se nel primo Silent Hill c’era una madre alla ricerca della figlia, nel secondo capitolo c’è un ragazzo in cerca della ragazza perduta. Questo il congegno stabilito da Christophe Gans in Return to Silent Hill , che arriva vent’anni dopo l’originale e garantisce l’atteso sequel del film, tratto forse dal più famoso videogioco horror della storia insieme a Resident Evil. D’altronde è proprio lo schema del survival della Konami che ogni volta “inizia da zero”, nel senso che conduce a Silent Hill nuovi personaggi, dunque è lecito farlo anche nell’adattamento cinematografico: non un sequel diretto ma altri protagonisti e, appunto, un “ritorno” nella cittadina maledetta.

James e Mary sono una coppia. Nell’incipit vediamo come si è formata: dopo un tragico incidente stradale solo sfiorato, lui (Jeremy Irvine) aiuta lei (Hannah Emily Anderson) a raccogliere i vestiti sparpagliati per strada, ma anche a perdere il bus. La accompagna di persona alla meta, che è un piccolo centro poco distante, Silent Hill. Ma, come si addice al contesto, James sta sognando: al brusco risveglio alcolico apprendiamo che l’uomo ha perso la donna, scivolando in un gorgo di disperazione… Giunge a sorpresa una lettera dopo tanto tempo: poche righe vergate da Mary, che chiede aiuto e lo invita a tornare per l’ultima volta a Silent Hill. Al richiamo non si resiste, ovvio, e lo stropicciato James si lancia in auto all’inseguimento dell’innamorata. Del resto le difficoltà della coppia sono al centro del maggiore horror di oggi, in un filo rosso che va da Midsommar a Together. James dovrà tirare fuori Mary dal luogo delle ombre, dal regno infernale di Silent Hill: Orfeo riavrà la sua Euridice?

Return To Silent Hill (2026)
Return To Silent Hill (2026)

Return To Silent Hill (2026)

Una premessa: l’operazione condotta da Gans due decenni fa, col tarantiniano Roger Avary alla sceneggiatura, fu generalmente stroncata dalla critica eppure resta cult per un’ampia fetta di pubblico, e la diffusione nell’immaginario collettivo è tale che ancora oggi gli adolescenti americani ad Halloween si vestono come i mostri di Silent Hill. Il primo film, insomma, faceva centro soprattutto per un motivo: non si limitava alla mera impaginazione cinematografica di un videogioco, come spesso avviene, ma vi cuciva attorno un horror vero e inquietante, quasi metafisico, avvolto nella nebbia e scolpito nella psiche. Questo ritorno denuncia tutta una serie di problemi, ma anche una qualità. In primis non c’è più Avary allo script, ma i carneadi Hiroyuki Owaku e William Josef Schneider - insieme a Gans – che costruiscono una storia molto meno ansiogena e più prevista: siamo nella zona degli innamorati che si perdono e devono ritrovarsi, con un twist non svelabile che sembra uscito dagli anni Novanta, quindi fuori tempo.

Return To Silent Hill (2026)
Return To Silent Hill (2026)

Return To Silent Hill (2026)

Il racconto avanza su due piani narrativi: nel primo seguiamo le peripezie di James a Silent Hill che, come d’uopo, iniziano nella pioggia di cenere come premessa per l’incontro con gli esseri oltremondani che la abitano; nell’altro livello ecco la vita precedente di James e Mary, a svelamento graduale, per mostrare cos’è successo davvero e qual è il destino della giovane. La “storia” di Return to Silent Hill è debole da qualsiasi parte si guardi, sceglie di limitarsi al banale boy and girl che oscilla tra il romantico e il melenso, magari per attirare la fascia di pubblico giovane. Ma è anche vero che Silent Hill non si guarda certo per la vicenda, intesa come concatenazione di eventi, perché il dardo principale sta tutto nell’aspetto visivo. Anche qui, va detto, la costruzione suggestiva è inferiore al primo, forse perché manca l’effetto sorpresa: però – ecco la qualità – il regista si conferma molto abile a cesellare le orride creature della città nebbiosa, sfruttando anche l’evoluzione tecnologica nel tempo.

Return To Silent Hill (2026)
Return To Silent Hill (2026)

Return To Silent Hill (2026)

In tal senso Return propone un nuovo happening dell’orrore: nel luogo incerto può accadere di tutto, ogni forma è lecita, a partire dal selvaggio Pyramid Head lanciato già dal poster, che si produce in uno squartamento con motosega degno di Leatherface. E poi i manichini, le figure insaccate, la bimba con la bambola mostruosa, le farfalle cineree e tutto ciò che ha reso la saga cult viene convocato qui per un altro giro. Nel delirio onirico la sequenza più potente è il brutale scontro tra Pyramid e l’essere aracnide con la testa di Mary… Si poteva spingere ancora di più sull’esibizione delle creature, ma alla fine l’occhio ottiene la sua parte. E visto che l’horror è soprattutto questione estetica, problema di immagine, non è poco. La cittadina di Silent Hill si conferma luogo mentale che ospita la partita col proprio inconscio, tra rimorsi e sensi di colpa, dove i veri mostri sono nella testa. Peccato che, tra sangue e miele, spesso prevale il miele.