Grazie anche all’apporto che i programmi e le pratiche di co-produzione danno al settore in Francia, il festival di Cannes ha da parecchi anni un ottimo rapporto con il cinema d’animazione, non solo locale. Per esempio, la Quinzaine des cinéastes ha in selezione un paio di titoli animati tra i quali We Are Aliens, opera prima del giapponese Kohei Kadowaki.

Scritto e realizzato quasi in solitudine dal regista, il film racconta le vite di Tsubasa e Gyotaro, due amici pressoché inseparabili da bambini le cui vite però si separano in modo poco a poco sempre più doloroso, portando la sceneggiatura a raccontarle fino all’età adulta, quando i due vivono vite quasi opposte, raccontate quasi in parallelo.

Kadowaki racconta due vite filtrandole con il passato, i ricordi e i rimpianti, per raccontare la difficoltà di adattarsi al presente, di fare i conti con le gabbie e le convenzioni e le idiosincrasie della vita quotidiana, in una società che abbiamo imparato a conoscere come particolarmente performativa, che sembra non accettare le difformità. Il film mette in scena questo sentimento messo alla prova dalle tempeste della normalità – che si specchiano in quelle che segnano i passi dell’intreccio – utilizzando un tratto grafico concreto, che calca molto sulle matite e colori “manuali”.

È una scelta estetica che non solo dà modo al regista e agli animatori di strutturare le emozioni narrative sui dettagli, sugli oggetti, sulle porzioni di immagine e di verità, ma permette loro di seguire al meglio le personalità e le fragilità di due personaggi molto belli, in grado di comunicare le fragilità, gli straniamenti e il dolore dell’infanzia: We Are Aliens parte da un fotorealismo accentuato dall’utilizzo di vere foto come fondali per approdare a uno stile che oscilla, coerentemente coi differenti polo del racconto, tra impressionismo ed espressionismo, tratti soffusi ed esplosioni.

Uno stile che permette a Kadowaki di giustificare quell’enfasi tipica degli anime che, almeno ai nostri occhi occidentali, può apparire eccessiva o fastidiosa e che, in ogni caso, non limita la riuscita di un film che stringe la gola e lo stomaco, che chiede allo spettatore di capire i personaggi e le loro azioni anche quando sono in opposizione.