Un oggetto alieno atterra nei dintorni di Cannes, precisamente nella sezione parallela l’ACID dedicata ai progetti indipendenti: è il film di animazione francese Blaise di Dimitri Planchon e Jean-Paul Guigue, liberamente tratto dalla striscia cult dello stesso Planchon già divenuta una serie composta da brevi episodi per il canale ARTE. La formula “animazione per adulti” è spesso una frase fatta per sconsigliare la visione ai bambini, ma a volte i luoghi comuni sono veri: è questo il caso, visto che Blaise è un racconto caustico, grottesco, spietato.

Al centro c’è la famiglia Sauvage, nome che già segnala un’alterità dal gruppo sociale: il figlio dodicenne Blaise, appunto, giovane disadattato che rischia di avviarsi scioltamente a una vita da perdente; il padre Jacques, il cui fallimento è conclamato malgrado cerchi disperatamente di farsi degli amici; la madre Carole, che si appresta a iniziare un nuovo lavoro con conseguenze tragicomiche.

Blaise
Blaise

Blaise

In premessa gli esordienti Planchon e Guigue costruiscono un’animazione – derivante dalla graphic novel in tre volumi – all’insegna di un realismo fotografico, che per proprio per questo suona subito spiazzante e disturbante: ecco Blaise col suo testone, labbra grandi e orecchie a sventola, naso a patata, lo sguardo dimesso e il triste maglione a righe. Uno “sfigato”, si direbbe in italiano. Con lui c’è il papà e la mamma e stanno discutendo il rendimento scolastico: il ragazzo ha delle qualità ma viene isolato, forse perché allergico al detergente e non può lavarsi come tutti, dice il padre. Ma è isolato come lo sono i geni?, chiede la madre. La risposta è no.

Ecco allora che in pochi tratti si forma il disegno di una famiglia strana e disfunzionale, a cavallo tra commedia amara e risata liberatoria, soprattutto quando i tre devono confrontarsi col mondo intorno. Blaise conosce una ragazza, come lui non bella, e le si avvicina scoccando anche il primo bacio; peccato che lei sia un’attivista di sinistra con un debole per la lotta armata, come dimostrano le granate che nasconde nella borsetta. Del resto nella sua stanza si legge Engels e sul muro campeggia il poster di Z – L’orgia del potere di Costa-Gavras, padre di Alexandre Gavras che produce il film… Insomma Blaise e la morosa si ritrovano in mezzo ai tumulti delle manifestazioni, nelle polveri della protesta, urlano “fascisti” ai poliziotti e non disdegnano gli scontri, insinuando una dinamica contemporanea sulle lotte che incendiano le nostre città.

Blaise
Blaise

Blaise

Intanto il padre si incarta in una deriva tragicomica, simboleggiata dal gesto compulsivo di stropicciarsi gli occhi, ma la progressione più implacabile e geniale investe la mamma: costei, con la voce di Léa Drucker, inizia il nuovo impiego da dirigente con una catena di equivoci, partendo dai dipendenti che ballano musica techno per darle il benvenuto e finendo a letto con una lavoratrice, per non offenderla e non deluderla, in un’improbabile svolta lesbica della manager.

Come evidente, nella versione filmica di Blaise convoglia tutta una poetica freak nell’arco di soli 82 minuti, che scorrono su un’invenzione continua e brillante. E tanti sarebbero i riferimenti possibili, pescando nella tradizione dell’animazione “cattiva” che fa risaltare l’assurdo della famiglia e il grottesco della vita: “Con Blaise nessuno è al sicuro dal ridicolo”, così lo descrive l’ACID. Uno per tutti, il pensiero principale va al cinema di Todd Solondz: alla sua commedia della disperazione, direbbe il regista, che però alla fine accorda un’empatia ai personaggi e ce li fa quasi amare. Accade lo stesso per Blaise, che si appresta a uccidere la presidente della Francia, una donna, quando sbocciano i titoli di coda. Possibile cult.