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Congo Boy @Festival di Cannes
Il cinema africano è ancora rigoglioso, anche se è sempre più difficile che i film escano dai circuiti festivalieri. La tradizione è solida e si appoggia su pilastri come Moustapha Alassane, Haile Gerima, Ousmane Sembène, Gaston Kaboré. Ma c’è anche una nuova onda di grande forza espressiva, di cui di sicuro fa parte Rafiki Fariala. Classe 1997, congolese, porta sulla pelle i segni della Storia, essendo stato costretto dalla guerra a fuggire con la famiglia nella Repubblica Centrafricana. E qui la sua vita cambia. Prima di approdare al cinema si afferma come musicista, pubblica non a caso la canzone dal titolo Why War?. Ottiene ottimi risultati, e adesso passa dietro la macchina da presa per un’opera prima dalle sfumature autobiografiche.
Congo Boy viene presentato in Un Certain Regard a Cannes. Il protagonista è Robert, un diciassettenne che vive a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Sogna la carriera musicale, ma intorno c’è la guerra civile. I suoi genitori sono in prigione, ed è Robert a occuparsi dei quattro fratelli più piccoli. Conosce la fatica della quotidianità, cerca di districarsi tra lavoretti, studi impossibili, ma non perde mai la volontà di calcare il palcoscenico.
Ogni nota ha un potere salvifico, perché per Fariala la rivincita arriva attraverso la musica. La sua cifra stilistica è vibrante, a mescolarsi sono le luci dei locali e l’incubo della notte. Robert cerca di esibirsi, ma, tornando a casa, rischia la vita per i posti di blocco militari. Nel film a unirsi sono l’arte e il pericolo, con sullo sfondo l’immagine di un Paese dilaniato.
Ogni melodia è parte integrante di una società che insegue un suo ritmo, per raggiungere la libertà. Si sentono gli echi di alcuni documentari come Sound of Africa, Taxi Waves, Mama Africa e Africa: The Beat. Traspare la forza di chi non si arrende, di chi cammina a testa alta e vuole essere padrone della sua esistenza. Congo Boy è un’ottima opera prima, capace di bilanciare con maturità l’indagine sociologica e uno spirito intimista di rara sincerità.
L’esordio di Fariala non è solo una testimonianza, ma un grido che attraversa i mari. L’auspicio è che il fervore creativo del cinema africano possa finalmente trovare spazi distributivi meno angusti. Dopo la Croisette, speriamo che Congo Boy riesca a fare sentire la sua voce anche nelle nostre sale. Solo così il cinema può essere un ponte universale contro i pregiudizi, e dare voce a chi, come Robert, trasforma il dolore in sinfonia e la sopravvivenza in creatività.



