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C’è un’immagine che appartiene alla memoria collettiva del Festival di Cannes: quella di John Travolta che, nel 1994, solleva la Palma d’Oro per Pulp Fiction accanto a Quentin Tarantino, dando vita a uno dei momenti più amati dai fan sulla Croisette. Oggi, a distanza di oltre trent’anni da quel trionfo che lo ha consacrato definitivamente come icona pop mondiale, Travolta torna a Cannes (dopo She's So Lovely e I colori della vittoria) in una veste del tutto inedita: quella di regista. E a sorpresa riceve la Palma d’oro d’onore, commentando: “Questo premio vale più di un Oscar”.
Esordisce dietro la macchina da presa con Volo notturno per Los Angeles, presentato in anteprima fuori concorso nella sezione Cannes Premiere. Il film (più un corto che un lungometraggio) non è un esercizio di stile, ma il coronamento di una passione che accompagna l’attore fin dall’infanzia: quella per il volo. È un lavoro personale, tratta dall’omonimo libro che lo stesso Travolta scrisse e illustrò nel 1997 per suo figlio Jett (morto a 16 anni, nel 2009), e che oggi assume la forma di un racconto cinematografico.
La storia ci porta nel cuore dell’età dell’oro dell’aviazione, un’epoca in cui volare non era un semplice spostamento logistico, ma un rito, un’avventura carica di promesse. Al centro della vicenda troviamo il giovane Jeff che, insieme alla madre, intraprende un viaggio di sola andata verso Hollywood a bordo di un aereo di linea. Quello che potrebbe sembrare un banale trasferimento si trasforma, attraverso gli occhi del bambino, in un’odissea formativa che cambierà per sempre la sua percezione del mondo.
Travolta mette in scena un microcosmo sospeso tra le nuvole, popolato da hostess premurose, tra cui spicca la figlia Ella Bleu Travolta, e passeggeri che sembrano usciti da un romanzo d’altri tempi. La regia indugia su dettagli che per un bambino diventano leggendari: i pasti serviti a bordo, l’emozione della prima classe, i volti stanchi ma affascinanti degli altri viaggiatori e il rombo dei motori a cui si riferisce il titolo originale (Propeller One-Way Night Coach).
È un cinema che sceglie di rifugiarsi in una narrazione fiabesca. L’esperienza biografica di Travolta traspare nelle inquadrature. L’attore presta il volto a un pilota esperto (ma lo è anche nella vita reale), con migliaia di ore di volo alle spalle, capace di pilotare giganti del cielo come il Boeing 747 o l’Airbus A380. Con Volo notturno per Los Angeles Travolta ha portato al Festival una parte di sé stesso, andando oltre la sua carriera.
Il suo film è un invito a riscoprire lo stupore, un viaggio che ci ricorda come, a volte, la destinazione sia solo un pretesto per godersi la meraviglia del percorso e delle persone che incontriamo. Travolta a Cannes chiude un cerchio. Dopo la danza di Grease e di La febbre del sabato sera, dopo il fascino da cattivo di Pulp Fiction, incarna un narratore che trasforma una passione privata in un’esperienza da condividere.
Volo notturno per Los Angeles è una traversata che porta lontano dal rumore del presente. L’obiettivo è riconnetterci con quella parte di noi che, almeno una volta, ha guardato un aereo decollare, sognando di poter un giorno toccare il cielo con un dito. Proprio come mostra Steven Spielberg nelle prime inquadrature di The Fabelmans: un bambino, uno schermo e la magia delle luci che si spengono in sala. Dal 29 maggio su Apple TV.



