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Until the Day Ends
Ci sono davvero poche idee dentro Until the Day Ends, film nel concorso di Orizzonti a Venezia 83 diretto dalla regista serba Jelena Maksimović. Lo si capisce troppo presto, troppo in fretta, nel momento in cui la pellicola inizia ad agitare avanti e indietro come una clava i suoi due protagonisti, Lena (Lena Trifunović) e Stefan (Andrija Krivokapić), ventenni nel pieno del turbinio della Belgrado delle proteste antigovernative esplose nel novembre 2024, quando il collasso di un baldacchino nella stazione ferroviaria di Novi Sad causò la morte di sedici persone e suscitò moti di protesta in tutta la Serbia.
Il peccato è quello tipico di chi ha uno spunto e non molto altro: usare i personaggi come funzioni, come vettori utili a veicolare dei principi di base. Sono, non fanno e dicono pure meno. Allora c’è Lena la fricchettona, tutta piercing e animo battagliero da impugnare su barricate che si vedono per un paio di secondi netti. E poi c’è Stefan la montagna, testa rasata e muscoli con cui menare le mani quando glielo comanda qualcuno, ma in fondo un buono un po’ troppo cresciutello.
Due schieramenti in apparenza opposti, quello di chi protesta e quello di chi picchia intorbidendo le acque, magari su mandato occulto della polizia. I due si conoscono (Stefan è amico del fratello di lei), si stanno pure simpatici. Durante gli scontri vola però un sanpietrino di troppo, che manda in coma uno degli agenti. Mentre del poliziotto non si sa che fine farà, se vivrà o creperà, Lena e Stefan si fiutano come due anime strette sotto il giogo della stessa morsa.


Parte da qui l’accorpato raccogliticcio della sceneggiatura che Maksimović firma assieme ad Olga Dimitrijević e Ivan Salatić, affaticata dietro al tipico girotondo di chi ha in testa un pretesto e non tanto di più. La bella e la bestia vagano, caratterizzati nella retorica stringata dello specchiamento, con Until the Day Ends che fa una gran fatica ad avanzare dentro un loop giovanile di canne, coca, canne, coca, con una spruzzata di alcol a bagnare la notte infinita di questi personaggi in pena.
Di chimica tra Trifunović e Krivokapić non c’è traccia (il cast è prevalentemente composto da attori non professionisti) e allora la regista la comanda nelle intenzioni con un inerpicarsi a cercare a tutti i costi l’inquadratura ‘poetica’, la soluzione visiva ad impatto, il commento d’autrice. Complice il fatto che la pellicola sarà stata probabilmente realizzata con due lire (non che l’aver gusto appartenga al portafoglio), il risultato è tecnicamente goffo, spiacevole nell’estetica e fatalmente fuori sincrono sulle corde emotive.


Until the Day Ends
Ma il vero peccato sta nella scelta del rifugiarsi sotto il vago cappello di un coming of age con tanto di fuga nel bucolico (brr…) tra bagni nel fiume e uova strapazzate, non approfondendo davvero nulla sulle contraddizioni intrinseche nella Serbia contemporanea e delle lotte dei suoi giovani. Un Paese su cui ci sarebbe molto da dire, attraversato com’è da profonde tensioni sociopolitiche che solo negli ultimi giorni ha fatto scempio della memoria europea recente omaggiando con funerali di stato Ratko Mladić, ex generale noto come “il macellaio di Srebenica” per il massacro genocidario avvenuto nella città omonima nel 1995, poi condannato per crimini di guerra dalla corte penale internazionale. Allora a proposito di sortite veneziane segnare alla voce recuperi il meraviglioso Quo vadis, Aida? della regista Jasmila Žbanić, transitato alla Mostra nel 2020.



