Dopo il travolgente e vorticoso Una spiegazione per tutto, storia di un esame di maturità che diventa scandalo nazionale (miglior film nella sezione Orizzonti di Venezia 80), Gábor Reisz torna a raccontare la situazione politica ungherese attraverso una vicenda singolare ed esemplare. Lo fa con Ground Floor, giornata vissuta pericolosamente da Kristóf, un pover’uomo che ha messo da parte l’arte (era un pittore e non della domenica) preferendo la sicurezza e l’apatia di un posto fisso in banca.

La sua routine fatta di piccoli brividi (un tappetino usato come scivolo) e gesti abulici (la preparazione del pranzo) viene sconvolta quando scopre che c’è della muffa nera dietro l’armadio all’ingresso nella casa dove vive con la moglie. Si potrebbe risolvere tutto contattando l’amministratore, peccato che la segreteria telefonica si limiti ad augurare “pace e bene”, magari chiedendo aiuto a uno dei condomini che, nei due anni di permanenza nel palazzo, non si è mai preoccupato di conoscere. Da un problema di manutenzione si arriva a una situazione sempre più rocambolesca, tra vicini delatori e inquilini morosi, vecchi amici e tecnici sbronzi, infiltrazioni d’acqua e tentativi d’infrazione, crepe malamente stuccate e alberi che infestano la cantina.

Presentato nella sezione Spotlight di Venezia 83, Ground Floor si racchiude nel lapsus che il protagonista dice nel finale: “Il palazzo è nell’appartamento”. Lui avrebbe voluto dire il contrario, ovviamente; Reisz e la co-sceneggiatrice Éva Schulze, invece, sanno ciò che dicono, perché è difficile svincolare il film dal suo impianto allegorico. Pensato prima delle elezioni dell’aprile 2026, quelle che hanno portato alla vittoria del conservatore europeista Péter Magyar, Ground Floor è una parabola sull’Ungheria di Viktor Orbán, il longevo autoritario presidente di estrema destra che ha gettato il Paese in un clima soffocante senza dare spazio al pensiero critico.

Ground Floor
Ground Floor

Ground Floor

L’Ungheria è l’edificio vecchio e malandato, con appartamenti pieni di disagi (umidi, sporchi, crepati) ma abitati da inquilini talmente assuefatti dall’impossibilità di cambiare da diventare complici di quella stessa deriva, assecondando il volere di un autocrate – cioè l’amministratore che controlla le spese e, di conseguenze, le vite dei condomini – che vuole a tutti costi installare un ascensore. Che senso ha spendere soldi per un ascensore quando il palazzo sta cadendo a pezzi? Perché le persone non si ribellano e tendono a isolare il protagonista, elemento divergente del microcosmo?

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, ma Kristóf è l’unico eroe possibile in una società annichilita e senza speranza. Incapace di elaborare lutti (il padre, i cui vestiti mantiene nell’armadio che “nasconde” la muffa) e traumi (il distacco dall’amico più caro), di farsi comprendere dalla moglie peraltro disponibile e di fare i conti con l’interruzione della carriera d’artista, è anche l’unico che può incaricarsi di una rivolta, per quanto goffa e disperata, grazie a tutto ciò che gli brucia dentro, tra la frustrazione e il rancore, la rabbia e il dolore, la necessità di credere nel futuro e il desiderio di giustizia.

Realizzato con ritmo frenetico e approccio tragicomico, interpretato con sapienza (citiamo almeno il protagonista Ádám Tompa, l’amministratore Rodrigo Crespo, Gyorgy Gazso nel ruolo del servile presidente dell’assemblea condominiale più un cameo di Marcello Fonte per motivi di coproduzione, essendovi una partecipazione italiana), Ground Floor sembra recepire la tradizione della commedia nell’italiana nel suo incamerare conflitti politici e cambiamenti sociali dentro una storia capace di unire umorismo e dramma in un forte crescendo emotivo. Sconta il suo essere un po’ fuori tempo, come se fosse un film già postumo e un po’ spompo rispetto alla situazione evocata.