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Guido Caprino e Alba Rohrwacher in Una storia
La chiave è nell’articolo indeterminativo: Una storia, appunto, non solo perché nel generico sta l’universale ma – paradossalmente – anche per definirne l’unicità senza esondare nell’eccezionalità. Questa storia, infatti, ha che fare con il quotidiano, con i rituali di un rapporto consolidato e consumato, con gesti (la macchinetta del caffè, il ciambellone da tagliare, la vestizione nel bagno, il bacio prima di uscire) ormai tanto meccanici da essere forse svuotati di senso, come fossero i passi di una coreografia ripetuta senza pensarci su più di tanto.
Una storia è quella di Erika e Mauro, lei cassiera in un supermercato e lui elettricista nella ditta del padre, che abitano nella provincia più profonda, dove la routine è scandita dagli orari di lavoro e lo svago è relegato a qualche serata al pub di zona. Quando la loro unica figlia lascia il nido per studiare in un’altra città, l’equilibrio si sgretola. Ma non è tanto il distacco a generare il trauma, quanto piuttosto il vuoto che si crea nelle vite dei due genitori: lui, sempre abituato a farsi andare bene tutto, subisce le scelte del padre autoritario e accumula rabbia senza riuscire a verbalizzare l’insofferenza; lei, privata del ruolo di cura che l’aveva posizionata nell’unico mondo che abbia mai conosciuto, si ripiega su se stessa alla ricerca di nuovi spazi che non sa nemmeno dove e come trovare.
Presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 83, Una storia è l’esordio alla regia di Anna Foglietta – anche sceneggiatrice con Tania Pedroni e Matteo Ferri – che segue quello che, nel finale, Erika definisce “un anno di merda”. Sintesi mirabile, non solo per la precisa adesione a un registro linguistico e culturale, ma perché l’anatomia della crisi si articola in quattro scene da un matrimonio (autunno, inverno, estate, poi) che accumulano non detti, montano la tensione ed esplodono in un confronto finale che è un po’ la cifra di tutto l’approccio di Foglietta.
Dall’osservazione quasi cronachistica si passa a qualcosa di più intimo, avvicinandosi sempre di più ai personaggi (uno zoom improvviso durante la prima lite, le dissolvenze in auto, i primi piani allo specchio) fino ad accostare volti che sono cartografie del dolore in uno spazio che si riduce fino a far confondere limiti e confini. Foglietta ha l’intelligenza di affidarsi a collaboratori che hanno una certa esperienza nella descrizione di un reale straniato, in primis il direttore della fotografia Andrea Benjamin Manenti (nel curriculum documentari come Sacro Moderno e Lux Santa) e soprattutto l’operatore alla macchina Alain Parroni, quest’ultimo già autore del notevole Una sterminata domenica (fotografato dallo stesso Manenti).
Foglietta ha anche il merito di descrivere legami familiari e domestici con autenticità a volte perfino feroce, pensiamo ai dialoghi difficili con il rigido patriarca Elio De Capitani (la scena del pranzo in trattoria) o con la laconica mamma Caterina Casini (che fuma mentre stira ma ha un riscatto finale un po’ commovente). E di entrare bene nelle dinamiche di una relazione al bivio: Alba Rohrwacher si misura con un ruolo insolito, il sempre ottimo Guido Caprino dice tutto ciò che non sa dire quando stona Luna al karaoke.



