Si fa notare alla Mostra del Cinema di Venezia 83 l’opera del tedesco Jannis Lenz, in concorso nella sezione Orizzonti con Oase (Oasis). Il regista è alla sua prima vera prova autoriale come regista e sceneggiatore di un interessante e quanto mai attuale lungometraggio di finzione (il suo percorso produttivo conta già due cortometraggi e il documentario Soldat Ahmet). Protagonisti del film sono tre adolescenti messi alla prova dalle vessazioni dei compagni, risoluti nel rifiutare la presenza di uno di loro, Andi. Ciò rafforzerà la loro amicizia e la loro resistenza di fronte alle strategie ordite dai compagni di classe, appoggiati dal perbenismo dei genitori e da una dirigenza scolastica che vuole risolvere il problema semplicemente rimuovendolo.

Oase è una sorta di romanzo di formazione in cui la vita torna a essere “maestra” con le sue imprevedibili congiunture, le inaspettate circostanze, e le impulsive o controllate reazioni. Tutto parte da un video postato in rete che origina la presa di posizione della classe, condizionata dalla prepotenza di alcuni bulli, il cui obiettivo è l’esclusione sociale di Andi. Ciò causa forti tensioni nel gruppo di classe e nell’intero istituto. Lukas, Maya e Andi si troveranno ad autogestire il loro problema attraverso una serie di giochi e di rituali volti a rinforzare la loro resilienza al dolore e all’umiliazione.

Florian Geißelmann in Oase
Florian Geißelmann in Oase

Florian Geißelmann in Oase

(Zeitgeist Filmproduktion)

Vista l’impossibilità per le famiglie dei tre ragazzi di far fronte alla prepotenza degli altri genitori e alla passività dell’istituzione scolastica – il padre di Lukas è vedovo e professore nella scuola dove avvengono i fatti, la madre di Andi deve accollarsi la responsabilità di un figlio il cui padre è assente per lavoro, di Maya infine non compare mai nessun parente –, il bosco diventa così il loro vero ambiente “formativo”. Giochi e prove fisiche nella quiete corporea ed emotiva della natura, sviluppano in loro una nuova consapevolezza di sé, facendo di quel luogo un rifugio sicuro dallo stress esterno: l“oasi” che dà il titolo al film. Ma la storia si prepara ad altre conclusioni, e non sempre dettate dalla logica del buon senso e della ricostruzione fruttuosa delle relazioni.

Oase è uno spotlight puntato sul bullismo, una piaga diventata ormai una vera e propria emergenza sociale in molti paesi europei, espressione di quella mancanza di senso che avvelena la vita delle giovani generazioni (in modo particolare la generazione Z e Alpha). Il fenomeno ha riflessi allarmanti anche sugli adulti, poiché comporta implicazioni preoccupanti sia per le famiglie sia per la scuola. Tra le tematiche emergenti dal film risalta infatti il delicato rapporto tra adolescenza, genitorialità e scuola. Il regista, con le sue scelte narrative, indaga sulla crisi di questo legame evidenziando come il bullismo attecchisca e si sviluppi proprio laddove le istituzioni scolastiche ed educative si dimostrano incapaci di trovare vie alternative e percorsi di prevenzione sensati.

Nel film, la dirigenza scolastica non considera il problema nella sua reale consistenza: pur riconoscendone l’esistenza nel tessuto delle relazioni sociali degli studenti, e messa da parte la possibilità di una formazione preventiva mirata, decide di organizzare un corso di autodifesa tenuto da uno specialista che non farà altro che accelerare drammaticamente l’escalation di rivalità e prepotenze. Il film smaschera anche l’atteggiamento dei genitori, pronti a schierarsi in una difesa ad oltranza dei propri figli e a comportarsi più da avvocati che da educatori. Essi stessi si trasformano in bulli – ad esempio, escludendo dalla chat di classe i genitori della vittima perché ritenuti inadeguati al loro ambiente – e nei confronti della scuola, alla quale non chiedono un’educazione sociale equilibrata per i ragazzi, ma pretendono solo misure a salvaguardia della propria serenità familiare, lontano da fastidi esterni.

L’oasi rischia però di rimanere un luogo di solitudine e di emarginazione; si può vivere in società, in un ambiente affollato come una classe o in uno spazio ricreativo, persino in un quartiere o in una famiglia, dove la pressione sociale può comunque generare, persino nella scuola forme di esclusione o paure. Non è insensato pensare che molte sindromi della società contemporanea, come per esempio quella dell’hikikomori, scaturiscano da situazioni così drammaticamente e violentemente emarginanti.

Matilda Smidt in Oase
Matilda Smidt in Oase

Matilda Smidt in Oase

(Zeitgeist Filmproduktion)

Con il suo film, consapevolmente o meno, Jannis Lenz vuole stimolare una riflessione sul lato oscuro dell’essere umano. Questo lato si mostra più propenso all’autodifesa e all’esclusione per timore di una violenza istituzionale che potrebbe condizionare la sua ideale individualità fatta di bolle in cui si è compresi e sicuri, in cui si vive una condizione di convivialità esclusiva. Esclusive, d’altronde, sono anche le proposte di una società contemporanea tesa all’interesse e al consumo, dove l’obiettivo diventa individuare un nemico ed escluderlo, costi quel che costi, pur di non vedere intaccata la propria reputazione. Rimuovere il problema diventa così l'unica soluzione, persino quando una istituzione come la scuola punta a compromessi praticabili che non intacchino il prestigio.

Il cinema tedesco aveva visitato l’argomento della scuola, con le sue dinamiche e distorsioni, nel film candidato all’Oscar La sala dei professori di Ilker Çatak. Lenz mostra lo stesso vigore argomentativo, guidato da un’etica fortemente consapevole della necessità di ritrovare percorsi di riflessione più affidabili ed efficaci. Convinto che la paura porta alla violenza e che la scuola debba essere non solo uno spazio di formazione delle coscienze, ma anche un luogo sicuro, il regista affida questa storia – narrata con un realismo “ricercato” – a quanti hanno a cuore una umanità equilibrata: un’oasi, e non un deserto di individualità costrette in una convivenza forzata da cui difendersi.

Nota di merito per le qualità interpretative del cast, diretto dal regista in modo solido e credibile. Spicca, in particolare, la prova dei tre giovani protagonisti, fondamentale nel costruire la crescente tensione che accompagna lo sviluppo della trama.