Cronaca e sogno si intrecciano nella tessitura narrativa che compone A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra (in originale Mia mera sti zoi tis tzo: kefalaio Faidra), presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 83. E il riverbero autobiografico, come già nel precedente lungometraggio di Jacqueline Lentzou, Moon, 66 Questions, che inquadrava il rapporto problematico tra un padre malato e sua figlia costretta a prendersi cura di lui (la regista ha vissuto un’esperienza analoga), legame destinato a cambiare quando lei scopre l’omosessualità repressa del genitore. Qui, invece, Lentzou riconfigura poeticamente l’omicidio di un quattordicenne per mano della polizia, un caso che nel 2008 scosse la città di Atene e la stessa regista.

Interrogando quel trauma sedimentato quando era adolescente, Lentzou sfida la logica attraverso il cinema: riscattare quella vita perduta dandole una nuova consistenza, un nuovo involucro, una nuova possibilità di sperare in un futuro diverso e credere ancora nell’ipotesi della speranza. Anche coltivando un’altra illusione, consapevole che l’arte possa essere strumento terapeutico ed espiatorio, che la vita o quel che resta possa elevarsi a performance in un’installazione permanente ed effimera come solo il cinema può testimoniare.

Lo fa traslando quel ragazzo nel corpo di Jo, una quindicenne che vive l’inquietudine della sua stagione, immersa in una dimensione in cui simboli e segni le vengono incontro tra il sogno e la realtà senza che lei ne colga davvero il senso e il significato. Come da titolo, Lentzou segue la sua eroina in una giornata come tutte e nessuna: tra le incomprensioni con la mamma e la noiosa routine scolastica, un fidanzato che non sa baciarla e un mondo che non le interessa, ecco che si staglia Phaedra, che durante l’ora di canto la fa commuovere fino alle lacrime.

È uno dei tanti elementi che compongono questo romanzo di formazione (interrotta) formulato come un patchwork tanto fragile sul piano narrativo quanto dirompente come gesto creativo, pieno di sperimentazioni visive e sonore, che comunque non rinuncia a una traiettoria più lineare e limpida per pedinare il risveglio emotivo di questa ragazza conquistata dall’idea di una nuova amicizia. Un approccio che si fa evidente e più radicale nella parte finale, dove tra pennellate monocromatiche e presenze fantasmatiche o angeliche ci si spinge verso una via più poetica e goffa, tenera e mistica. Un capitolo, appunto: per Lentzou, il romanzo della nostra vita trascende la permanenza fisica del corpo e va al di là della vita stessa.