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A Bit of Light - © Seven Springs Pictures 2026
"Con questa disperazione come si può continuare a vivere?".
Arash ha deciso di togliersi la vita. Prima però, per evitare lo shock ai familiari, vuole renderli edotti di questa scelta.
Ali Asgari fa il suo esordio in concorso a Venezia 83 (l'anno scorso era in Orizzonti con Divine Comedy) con A Bit of Light (Un po' di luce, nelle sale dall'1 ottobre con Teodora Film), titolo che tradisce apertamente le premesse da cui muove il film: Arash è un medico di Teheran, reo per il regime islamico di aver prestato soccorso ad alcuni giovani manifestanti arrivati da lui dopo esser stati pestati dalla polizia. Al suo studio sono stati messi i sigilli e a lui revocata la licenza.
"In questo paese ti svegli la mattina e non sai se arriverai alla sera": Asgari – qui al suo sesto lungometraggio, girato in circostanze particolarmente difficili, con l'inizio della guerra e la minaccia continua dei bombardamenti – cerca un po' di luce in un mondo (l'Iran certo, ma la questione è estendibile a livello universale) dove è sempre più facile perdere qualunque tipo di speranza, e nel personaggio di Arash (Misagh Zareh, che rispetto al Seme del fico sacro di Rasoulof compie un ribaltamento prospettico notevole) introietta la fine di qualunque scintilla capace di tenere accesa la fiammella della vita.
La morte come gesto ultimo per rispondere all'impossibile male di un vivere che ormai sembrerebbe aver perso qualunque logica.
Ma questo peregrinare finale di Arash, che ad inizio film dà disposizioni al custode del palazzo, oltre ai vari lasciti per il fratello minore, trova spesso deviazioni inaspettate: la figlia di un suo paziente molto malato che lo implora per una nuova impegnativa, la messinscena del nipote in un teatro clandestino, la visita a domicilio di uno di quei ragazzi feriti dalla polizia di regime.
Silenziosamente, con quell'auto che oltre alle piante da lasciare in eredità si riempie di volta in volta, prima la sorella minore, poi l'altra, infine il fratello, Arash deve affrontare "la sfida dell'ultimo livello", dire cioè alla madre quali sono le sue intenzioni.
Con una semplicità che non è mai maniera, Asgari si trasforma in una sorta di speleologo con la missione di rintracciare flebili bagliori di vita nel buio di una grotta buia e profondissima: "Cosa dà valore all'esistenza? Possiamo concepirla separata da quella degli altri? Le nostre scelte sono davvero solo nostre, o lasciano tracce nei cuori e nei ricordi di chi ci circonda?", si chiede il regista, che attraverso la parabola di Arash porta nuovamente in risalto la resistenza del popolo iraniano (la guerra con gli Usa viene ricordata attraverso la carta adesiva con cui mettere in "sicurezza" i vetri delle finestre...), ma soprattutto che non è annullando le sofferenze che riusciamo ad andare avanti.
Andiamo avanti grazie a quei legami che troppo spesso diamo per scontati, quell'intreccio di esistenze spesso invisibile dove è ancora possibile rintracciare un po' di luce.
Il film è coprodotto anche dalle italiane Zoe Films (Lorenzo Cioffi, Giorgio Giampà) e MeMo Films (Francesco Melzi d’Eril, Gabriele Moratti).



