(Cinematografo.it/Adnkronos) - "Non è tanto un percorso all'indietro quello che ho voluto fare, non volevo ricostruire ciò che è successo in Argentina negli anni Settanta. L'urgenza nasceva dalla situazione di oggi in Europa e nel mondo: quanti sono i sopravvissuti a Gaza, in Ucraina, o in Paesi in conflitto dell'Africa? E quanti pochi riescono davvero a essere testimoni? Al di là della ricostruzione storica, che ho volutamente astratto, mi sono concentrato su come un sopravvissuto diventa testimone. Oggi viviamo in mezzo a sopravvissuti che non possono dare nessuna testimonianza".

Così Marco Bechis presenta alla Mostra del Cinema di Venezia il suo film in Concorso Ritorno a Buenos Aires (dal 17 settembre nelle sale con Fandango). Bechis racconta che questo film nasce da una ferita che conosce bene: "Con questo film torno in Argentina cinquant'anni dopo. Ci torno con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco (già raccontata in Garage Olimpo nel 1999, ndr). Anch'io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano (il protagonista della storia interpretato da Adriano Giannini, ndr) non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l'unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare". E ammette: "Ogni autore basa la sua arte sulle sue ferite. La mia è il cinema, è una strada che non mi cura però mi fa vivere meglio".

Adriano Giannini in Ritorno a Buenos Aires - Credits Fabrizio La Palombara
Adriano Giannini in Ritorno a Buenos Aires - Credits Fabrizio La Palombara

Adriano Giannini in Ritorno a Buenos Aires - Credits Fabrizio La Palombara

Giannini racconta di aver affrontato il personaggio attraverso un metodo "non metodo", quasi sottratto: "Mariano attraversa un percorso colmo di conflitti, paure, vergogna, senso di colpa. Il metodo che è arrivato da Marco è stato un metodo non metodo: non ho sentito l'esigenza di prepararmi prima o di studiare quello che è successo in quegli anni. Non sarei riuscito a dare forma a tutti quei ragionamenti".

La svolta è arrivata un mese prima delle riprese: "Siamo stati a Buenos Aires e siamo andati nei luoghi di detenzione e di tortura", ricorda. "Non avevo idea di come affrontare questo personaggio: in quei giorni e attraverso quei luoghi, quello che ho cercato di prendere è stato lo sguardo di Marco: il modo in cui ripercorreva ciò che sentiva e ricordava".

Gli occhi di Bechis, racconta Giannini, "sono stati la mia porta d'accesso al personaggio". Per l'attore, questa esperienza ha avuto un peso significativo: "La cosa più importante è l'esperienza vissuta, ed è nata da una modalità che non avevo mai attraversato. Forse l'esperienza artistica più importante che ho avuto", ma anche "l'esperienza umana che ho avuto grazie a Marco e a questo legame intimo che è nato nel film", conclude.