Ogni anno c’è, al festival, il film che invita allo schiamazzo, alle reazioni scomposte di un pubblico che immagineresti più disciplinato. Ma la critica è cambiata, non ha una sola postura e, nelle sue mille coloriture globali, si confonde talvolta con il fandom e con la versione sofisticata dei moviegoers. Oggi quel film è Teenage Sex and Death at Camp Miasma, accolto da grida di giubilo alla proiezione stampa qui sulla Croisette. È sicuramente uno di quei titoli che alimenterà il giochino cinefilo, la campionatura delle nicchie, vuoi per l’appartenenza all’horror, genere che si presta particolarmente a fenomeni di rinculo pop-intellettualistico, vuoi perché si porta dietro il brand MUBI, ovvero la forza del boutique, del prestige, senza l’insostenibile pesantezza dell’autorialità pura.

Ma merita questa etichetta? Partiamo col dire che non è The Substance, ovvero l’horror che rappresenta l’apogeo di questo fenomeno e che condivide con il titolo di apertura di Un Certain Regard alcune caratteristiche: lo sguardo femminile, la vena metariflessiva e provocatoria, la mescolanza di ironia e body horror, la presenza di due protagoniste speculari, anagraficamente diverse, una più anziana e l’altra più giovane, una diva sul viale del tramonto e l’altra in ascesa. Ma le similitudini finiscono qui. Intanto The Substance era un film molto più ruffiano e divertente di questo. Che dalla sua ha invece più coraggio e originalità, ma anche più sedimentazione politica e intellettuale. In breve, è un po’ troppo consapevole.

Jane Schoenbrun ha un percorso piuttosto netto, che confesso di non conoscere a fondo. Mi affido alla Wikipedia americana e scopro che questa giovane regista, sceneggiatrice e produttrice statunitense si definisce transfemminile e non-binaria. Dopo un percorso nel cinema indipendente, nella programmazione e nella cultura online, ha esordito con A Self-Induced Hallucination (2018), documentario-saggio sul fenomeno Slender Man costruito con materiali nati nelle comunità digitali. Poi sono arrivati We’re All Going to the World’s Fair (2021), I Saw the TV Glow (2024) e ora Teenage Sex and Death at Camp Miasma (2026). La sua estetica è popolata di Internet, fandom, horror, televisione, VHS, slasher, adolescenza, corpi e identità che non hanno ancora un nome. E il suo cinema, da quanto lei stessa ha dichiarato in altre occasioni, nasce per rispondere a una domanda precisa: e se le immagini pop, magari di bassa qualità, seriali, televisive, perfino tossiche, fossero qualcosa di più vero della nostra stessa vita reale?

Ritroviamo tutto, non come Bignami ma come trionfo, in quest’ultimo lavoro. Al punto che il profilo di Schoenbrun è sovrapponibile a quello della protagonista del film. La Kris di Teenage Sex and Death at Camp Miasma è un personaggio “tipicamente schoenbruniano”, possiamo dire dopo esserci informati sull’autrice. Ovvero è una figura che ha imparato a conoscersi attraverso gli horror, i franchise slasher, la cultura VHS e delle videoteche. È colta, consapevole, politicizzata, e fa la regista. Le hanno affidato il reboot di un fittizio franchise slasher anni Ottanta, Camp Miasma, dominato dalla figura di Little Death, un killer psicopatico con una presa d’aria al posto della testa. Il primo film è diventato un culto, i sequel si sono moltiplicati in derive sempre più assurde, alimentando un mercato via via più redditizio di merchandising, videogiochi, magliette, figurine.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma© Ryan Plummer Photography 2025
Teenage Sex and Death at Camp Miasma© Ryan Plummer Photography 2025
Unit Day 04: A Bad Day At Camp Tivoli (Ryan Plummer )

Enfant prodige del Sundance, Kris sa benissimo di essere stata scelta anche per dare al progetto una patina progressista, una credibilità queer e politicamente aggiornata. Ma il rapporto di Kris con quel materiale non è solo ideologico: è affettivo, formativo, quasi erotico. I film horror visti troppo presto, da bambina, sono parte della sua educazione sentimentale e immaginaria.

Per convincere Billy, ex star del primo Camp Miasma, a fare un cameo nel reboot, Kris la raggiunge nell’ex campeggio dove il film originale fu girato. Billy, una disturbante Gillian Anderson, vive come una diva reclusa, tra ombre da Sunset Boulevard, turbanti, mascara, pose vampiresche e un gusto teatrale per l’apparizione. L’incontro tra le due donne trasformerà il film in una spirale dove cinema, desiderio, identità, trauma e fantasia si contaminano fino a rendere indistinguibili realtà e immaginazione.

La patina vintage e citazionista del film, bellissimi i titoli di testa, ci porta però a equivocare: ecco l’ennesimo vecchio horror aggiornato al lessico dell’inclusività. La vena ironica e a tratti grossolanamente parodistica ci fa temere il peggio. Invece l’operazione è più sottile. Schoenbrun non si limita a “correggere” lo slasher, emendandolo dei suoi aspetti più retrivi e sessisti. Non cerca la strizzatina d’occhio ai fan di Jason (Venerdì 13), apertamente citato, o di Michael Myers (Halloween) o Freddy Krueger (Nightmare) o di altri loschi figuri mascherati che hanno plasmato l’horror degli anni Ottanta. Non cerca nemmeno la decostruzione, il metacinema alla Wes Craven di Scream. Entra piuttosto in quell’immaginario lì per lasciarsene ancora una volta sporcare, tentare. Lo smonta e lo rimonta, ma partendo dal principio del piacere, non da un puntiglio speculativo. A Schoenbrun non interessa ripulire il genere: ne rivendica anzi il diritto a un rapporto ambiguo, contraddittorio, perfino imbarazzante con le fantasie che ci hanno formati come spettatori.

Il film chiave per capire Teenage Sex and Death at Camp Miasma non è Venerdì 13, nonostante la presenza dell’assassino che risorge dal lago, ma Sleepaway Camp, horroraccio del 1983, ancora controverso per il suo finale apertamente transfobico. Schoenbrun parte proprio da lì, dal punto in cui il genere ha trasformato la non conformità sessuale in mostruosità. È il nodo dello slasher queer, certo. L’originalità sta nel non rimuoverlo, usandolo invece come scena primaria da rivivere.

Il film lavora cioè sul paradosso di un desiderio costruito su immagini problematiche, violente, sessiste o transfobiche. E, nel raccontare un reboot, di fatto riflette sul senso stesso del reboot e su chi abbia il diritto di rifare un immaginario. Come si può rifare un genere nato dentro codici patriarcali, voyeuristici, punitivi, senza neutralizzarne l’energia sporca e originaria?

Sotto questo aspetto, Teenage Sex and Death at Camp Miasma è il film della possessione dello slasher movie. Il suo repertorio continua a pompare sangue ed eccitazione.

Intrappolata in una relazione con le immagini in cui ogni desiderio viene immediatamente sottoposto ad analisi, Kris non capisce inizialmente che il suo non è un problema soltanto identitario, ma percettivo ed erotico. La sua difficoltà sessuale, l’incapacità di arrivare all’orgasmo (il buco in fondo al lago che ha fame e vuole essere nutrito è la metafora nemmeno troppo nascosta del film), come confida a Billy, nasce proprio dall’impossibilità di abbandonarsi alla fantasia. Kris sa troppo, interpreta troppo, controlla troppo. Il film le chiede invece di accettare il cattivo gusto, l’imbarazzo, la vergogna, la violenza simbolica del genere, fino a riconoscere che anche il desiderio femminile, queer o non conforme può essere opaco e contraddittorio.

E non è un caso che a farglielo capire sia una donna della vecchia generazione, l’antica Final Girl Billy, personaggio magnetico e flamboyant, che Gillian Anderson interpreta come una diva crepuscolare e insieme predatoria, una figura sospesa tra Norma Desmond e una sacerdotessa del cinema di serie B. Il suo rapporto con Kris è insieme seduttivo, pedagogico, materno, erotico e perturbante. Vive nel luogo originario del trauma, il campeggio dove il primo Camp Miasma è stato girato, come se non fosse mai uscita davvero dal film. Ha conosciuto sulla propria pelle la macchina del desiderio anni Ottanta, il modo in cui il cinema ha usato i corpi femminili, li ha esposti, sacrificati, venduti, mitizzati. Proprio per questo può insegnare a Kris non una liberazione puritana dal passato, ma una forma più complessa di accettazione del desiderio.

La loro relazione intergenerazionale è sicuramente uno dei punti più interessanti del film.
Là dove sorprende meno è nel lavoro di messa in scena, con un’estetica deliberatamente artificiale, satura, notturna, lurida e pop. Il video, i colori al neon, i boschi finti, le luci rosa-blu, la neve dipinta, i fondali teatrali: è troppo anche per evocare un mondo puramente mentale. Finisce per replicare solo un immaginario già visto, consumato, duplicato, feticizzato. Senza aggiungere nulla.

Per essere inoltre un film sulla riappropriazione queer dell’immaginario tossico, il cortocircuito è che in Teenage Sex and Death at Camp Miasma c’è relativamente poco sesso. O meglio: c’è moltissimo discorso sul sesso, ma poca carne. Poco, insomma, di quel “flesh and fluids” che, a detta della stessa Billy, dovrebbe essere la materia primaria dello slasher. Schoenbrun finisce per realizzare un film che vorrebbe abbandonarsi alla fantasia. Ma, a differenza della sua protagonista, ancora non vi riesce.