C'è un'aria familiare che si respira in Butterfly Jam, l'atteso debutto americano di Kantemir Balagov che apre la Quinzaine des cinéastes: è un'aria densa, claustrofobica, vagamente mitica come certi film di James Gray. Non è un caso: l’azione si svolge all'interno di una comunità circassa nel New Jersey, un microcosmo etnico chiuso su se stesso, governato da codici non scritti e da legami che somigliano più a catene che ad abbracci. Come in Gray, che vedremo in concorso con Paper Tiger, la famiglia è una trappola che stringe, che rende quasi impossibile liberarsi dai vincoli infetti che la tengono insieme.

Le analogie con il cinema del regista newyorkese, però, finiscono qui: Balagov lavora sui corpi con un'ossessione tutta sua, e sa rendere un abbraccio più pericoloso di una presa di lotta. È questa la sua cifra più riconoscibile, già evidente in La ragazza d’autunno e Tesnota: i corpi come territorio di scontro, come specchio fedele delle oppressioni che si consumano dentro le mura domestiche. In Butterfly Jam questo sguardo ritorna e, quando il film si concentra su di esso –soprattutto nella seconda metà – riesce a trovare la sua voce più autentica e convincente.

Al centro c'è un coming of age doloroso: un padre che sconfina dal proprio ruolo, un figlio che non vuole vedere, non vuole sapere, non vuole capire. La scrittura è solida, la regia incisiva e attenta a ogni dettaglio, la recitazione superba. Balagov non ha perso la mano, lo si riconosce in ogni inquadratura, in ogni scelta di messa in scena.

Eppure qualcosa non torna del tutto: rispetto ai suoi lavori precedenti, Butterfly Jam convince meno, soprattutto nella prima metà, dove il film fatica a trovare il proprio centro di gravità. C'è un'aria di maniera che aleggia su certi passaggi, una sensazione di fuori fuoco nel modo in cui vengono costruiti personaggi e contesti, come se Balagov stesse ancora cercando il suo rapporto con un mondo nuovo, quello americano (è il suo primo film in lingua inglese con attori anglo-statunitensi come Riley Keough, Barry Keoghan e Harry Melling), senza riuscire ad abitarlo con la stessa naturalezza con cui ha raccontato la Russia post-sovietica.

Il risultato è un film che si ammira più di quanto si ami, che si rispetta senza che riesca fino in fondo a emozionare. Un passo laterale, forse necessario, per un autore che rimane tra i più interessanti della sua generazione.