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Polvere, sudore, l'America che nasce e il peso ingombrante di un romanzo capolavoro: Netflix fa centro con l’adattamento firmato da Zoe Kazan. Florence Pugh fuori scala. Zoe Kazan, che ha firmato l'adattamento de La valle dell'Eden, parla di “consapevolezza della telecamera” quando pensa alla prova di Florence Pugh nel ruolo della protagonista, la detestabile Cathy Ames.
Non fa una piega: Pugh sente l'immagine, l'asseconda e, in ultimo, la conquista. Un'attrice straordinaria per un personaggio da manuale, fulcro dell'opera fondante di John Steinbeck. Oltre lo spregiudicato arrivismo di Cathy, tuttavia, c'è una lettura storico-sociale che, in qualche modo, equivale alla conquista dell'America: la corsa al West altro non è che la mobilità della frontiera tra il progresso e il selvaggio; una linea di demarcazione che ha strutturato l'identità democratica. Nel profondo, e nelle sfumature bibliche di cui è intriso il racconto, c'è il concetto di bene e male, in una lunga scia che ne sfoca i contorni per amalgamare le contraddizioni della Terra Promessa.
La polvere, il sudore, il sangue, la fraternità, il castigo e la speranza. Introduciamo così, quasi in medias res, l'opinione su quella che, a conti fatti, è anche una delle serie più ambiziose (e per fortuna riuscite) prodotte da Netflix. Visto il peso umano e narrativo, beh, la posta in gioco era alquanto alta. Da una parte un romanzo capolavoro, dall'altra il valore dell'eredità colto da Zoe Kazan, dato che il nonno Elia diresse nel 1955 la versione cinematografica con James Dean. Una responsabilità mica da poco per l'autrice, ispirata sì all'opera originale, ma bravissima a strutturare qualcosa che potesse evocare, senza ricopiare, le parole di Steinbeck (nello specifico solo una parte del libro). Del resto, nell'intima epopea de La valle dell'Eden, la storia di Cathy Ames, che si mescola con quella dei fratelli Adam e Charles Trask (Christopher Abbott e Mike Faist), va oltre l'archetipo per diventare l'allegoria di un certo controllo emotivo; una personalità forte che vuole “scomparire” (o scappare?) da un mondo pieno di “malvagità”.
La scelta tra il bene e il male, insomma. Matrice di ogni storia. Cathy fagocita suo marito Adam, contraddittorio e represso, rinnega i suoi figli, concilia tanto la luce quanto l'oscurità. Assenza e presenza al tempo stesso, sia veleno che medicina. Cathy Ames è una figura di mezzo, il ponte tra due epoche e due mondi incapaci di dialogare tra loro: il vecchio retaggio e l'aspirazione al nuovo, alla libertà. Costi quel che costi. In fondo, lo diceva già Steinbeck: “La valle dell'Eden è la storia della mia gente e del mio paese”.
Con un forte respiro cinematografico che guarda a I giorni del cielo di Malick, le sette puntate de La valle dell'Eden sono ricche di pathos senza mai sfiorare il melodrammatico. Capacità di scrittura, cast, regia, la colonna sonora di Laura Karpman che sembra riflettere le nuvole irrequiete che avanzano sulla Salinas Valley. Mentre le ombre si allungano, sullo sfondo si muove l'epoca dell'urbanizzazione e dell'apparato americano in costruzione, definito dall'identità di un popolo multietnico (e che bel personaggio è il cinese Lee, interpretato dal bravo Hoon Lee), fiero e orgoglioso, con valori profondamente radicati nella collettività.
L'America l'hanno costruita gli immigrati, tramandando di generazione in generazione quel sogno, oggi in crisi d'identità. E qui torniamo a Lee, figura dalla duplice lettura: padre putativo dei figli di Cathy e Adam, ma anche padre di una certa America, in cui i valori hanno un notevole peso. A proposito: il testo si chiede cosa siamo disposti a conservare, a lasciare in eredità. Una domanda che resta volutamente aperta, lasciando che sia chi legge (o chi guarda) a decidere cosa voler portarsi dentro.
