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©2026 Netflix, Inc.
A suo modo è un piccolo caso: Mis muertos tristes è stato presentato in concorso al 74° Festival di San Sebastian ma, in realtà, è una miniserie in quattro episodi, disponibili dal 24 settembre su Netflix. È qualcosa di inedito per i festival di prima fascia, che tendono a selezionare i prodotti seriali fuori dalla competizione (Cannes ha una kermesse parallela, Berlino e Venezia le presentano in eventi o sezioni a parte), ed è significativo che a infrangere il tabù sia una manifestazione gloriosa come quella spagnola.
C’entra lo statuto del suo autore, il cileno Pablo Larraín, tra i massimi cineasti emersi nel terzo millennio (nonché presenza solitamente fissa alla Biennale), ma a rendere ancora più curiosa la presenza di Mis muertos tristes è il suo genere: non è solo una miniserie in quattro episodi o un film lungo poco più di tre ore – che importanza ha? – ma è soprattutto un horror, non esattamente il genere più frequentato dai grandi festival.


Certo, è un horror più macabro che terrificante, un incrocio tra una storia di fantasmi e una fiera grottesca, e però il tema resta. Peraltro tagliato sulle misure di un regista che ha sempre dato forma a incubi psicologici riflessi nelle tensioni della storia collettiva, dove i primi piani deformano i volti per evocare lo spaesamento dei personaggi, i colori spenti e desaturati manipolano la percezione del tempo e dello spazio (quasi uno scandalo per l’estetica di Netflix: la fotografia è di Sergio Armstrong, che non lavorava con Larraín dai tempi di Ema), la claustrofobia è una prospettiva per accentuare lo schiacciamento dell’individuo, le suggestioni gotiche svelano la falla nella visione realista delle cose.
A dirci molto, forse tutto, è già il titolo, che riprende quello di uno dei quattro racconti di Mariana Enriquez (scrittrice argentina che i lettori italiani conoscono per Le cose che abbiamo perso nel fuoco) alla base della serie: i Mis muertos tristes, “i miei morti tristi”, sono quelli che vede e sente Ema, una dottoressa sessantenne appena pensionata (Mercedes Morán, in sapiente equilibrio tra irruenza e vulnerabilità). Dopo la morte della madre, Ema riceve la visita della nipote, una ragazza obesa e fragile che arriva con i genitori (Ema non sopporta la sorella) dagli Stati Uniti per sottoporsi a cure gratuite in Argentina. E che possiede la stessa capacità della zia. Quando i vicini cominciano a percepire presenze e ricordi che infestano il quartiere senza dare pace ai vivi, Ema deve affrontare le conseguenze dell’inquietante dono condiviso con la nipote. Ma i morti tornano per interrogare i nostri sensi di colpa, disseppellire segreti di famiglia, far sanguinare ferite mai rimarginate.


Ambientato in una periferia ostile e degradata, Mis muertos tristes si muove tra visibile e invisibile, con i morti resi con un trucco di gusto artigianale che li rende vagamente trasparenti e qualche immagine truculenta che non cerca la morbosità. Il rischio grandguignolesco è dietro l’angolo, specie nel triste e cupo destino riservato alla nipote (la rivelazione Carolina Sánchez Álvarez) ma Larraín trova in Ema una protagonista ideale, scontrosa e lontana dal misticismo, consapevole delle conseguenze del potere e però infastidita dalle voci che affollano la sua testa ma comunque paradossalmente più a disagio con vivi (il turbolento rapporto con la figlia, interpretata da Dolores Fonzi). E, alla fine, questa miniserie più lugubre che fantasmatica non fa altro che ricordarci che il cinema post mortem di Larraín, anche lontano dal Cile e dentro una nazione che non è sua, sia sempre una seduta spiritica, una discesa negli abissi, l’anatomia di un cadavere che continua a parlarci (qua e là è anche struggente).

