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Se è vero che un classico è tale se avrà sempre qualcosa da dire a chi verrà dopo di noi, cosa avrebbe ancora da dire Jane Austen al pubblico contemporaneo? Miope pensare che sia la questione abbia a che fare con i temi, evidentemente legati alla sua epoca, la cosiddetta età della Reggenza; più interessante rilevare quanto lo spirito, il tono, l’approccio della scrittrice riecheggino a distanza di oltre duecento anni. Lo dimostra Ragione e sentimento, ennesimo adattamento di un testo dell’autrice ma in realtà romanzo poco “visto” al cinema: a parte le ricorrenti traduzioni televisive e le curiose versioni indiane, l’unica trasposizione sul grande schermo è quella di Ang Lee del 1995, firmata e interpretata da Emma Thompson.
Ragione e sentimento arriva negli anni di Bridgerton, fenomeno seriale ambientato nello stesso periodo delle storie di Jane Austen, con cui condivide tematiche (ragazze che cercano marito nell’alta società inglese) rese tuttavia adottando forme più patinate e sintonizzate sulla sensibilità contemporanea. La prima sfida del film è proprio questa: non solo restituire l’universo di Austen ai colori e agli umori della sua epoca, ma anche recuperare tutto quell’apparato stilistico dunque valoriale che distingue la scrittrice.


Parliamo del sarcasmo come strumento di comprensione del reale, dell’autodeterminazione femminile in un sistema patriarcale che relega le donne ai margini del sistema (non hanno diritto all’eredità e senza uomini non hanno autonomia finanziaria), della vita quotidiana di una piccola nobiltà del tutto lontana dalle grandi questioni mondiali (gli uomini che tornano dalle guerre o dalle colonie costituiscono l’unico vero contatto con il mondo fuori), dell’importanza delle gerarchie sociali a prescindere dalle qualità umane, del peso della responsabilità che impone ai personaggi di essere onesti con se stessi piuttosto che felici con chi si ama.
Scritto dall’esordiente Diana Reid, Ragione e sentimento è diretto da Georgia Oakley, pluripremiata per l’acclamato esordio Blue Jean, che raccontava la doppia vita di un’insegnante nell’Inghilterra omofoba di fine anni Ottanta. Ed è una scelta intelligente, tanto sul piano emotivo che su quello stilistico: da una parte c’è un’adesione autentica ai destini dei protagonisti, senza melassa né leziosità, che si accorda bene ai paesaggi brulli e piovosi così come agli interni poco luminosi descritti dalla fotografia di Arnaud Potier; dall’altra, la regia non sta addosso ai personaggi, li inquadra nel loro contesto per ricordarci quanto ne siano espressioni, più nel solco del panismo poetico di Chloé Zhao (un’apolide come Ang Lee) che sui sinuosi barocchismi del Joe Wright di Orgoglio e pregiudizio (inglese come Oakley).


Legato com’è all’immaginario culturale di molte generazioni, Ragione e sentimento non può che rivelarsi sostanzialmente fedele al testo di Austen. Alla morte del padre, la vedova Dashwood (Caitriona Balfe) e le sue tre figlie, Elinor (Daisy Edgar-Jones in uno dei quei ruoli cruciali per una giovane attrice britannica), Marianne (Esmè Creed-Miles) e Margaret (Bodhi Rae Breathnach), devono lasciare la casa di famiglia, ereditata dal fratellastro, non prima che Elinor s’innamori del gentile e ragionevole fratello della cognata, Edward Farrers (George McKay). Costrette a trasferirsi in un cottage nel Devonshire, le donne conoscono il rigido Colonnello Brandon (Herbert Nordrum) e il più spigliato Willoughby (Frank Dillane), finché, grazie all’aiuto della signora Jennings (Fiona Shaw, esplosiva), il cuore le porta a Londra.
Con sobrietà e misura, Oakley segue la lezione di Lee e Thompson ed evita che le attrici ricorrano ai manierismi che ci aspettiamo da un film in costume, consapevole che le eroine di Austen sono tali perché inattuali ma contemporanee, conficcate negli schemi di quella società ma anche capaci di – appunto – ragioni e sentimenti in sintonia con il nostro tempo. In linea con lo spirito dell’autrice, esalta la dimensione malinconica della vicenda senza rinunciare alle componenti che ci ricordano quanto sia davvero una commedia sentimentale più che romantica (merito di Shaw ma anche dell’umorismo che emerge dal racconto delle smancerie femminili). Ed è curioso che, alla fine, a risaltare siano soprattutto gli uomini, dalla tenerezza compassata di Nordrum alla malizia minacciosa di Dillane (senza tralasciare la piccola zampata di affidare il ruolo dello scortese Palmer alla non binaria Eliot Sumner).
