La provincia italiana continua a rappresentare uno specchio privilegiato per misurare il malessere del presente. Il cinema contemporaneo torna spesso in luoghi apparentemente statici della periferia per far emergere le crepe della nostra comunità. Prima della guerra di Tommaso Usberti si inserisce in questo percorso d'indagine sul territorio e sulle sue pulsioni nascoste. Il film viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia come unico titolo italiano in concorso alla Settimana Internazionale della Critica.

La storia si svolge tra i boschi e le campagne della Pianura Padana. Guido è un giovane cresciuto nel culto della forza, delle armi e del cameratismo maschile. Il suo modo di pensare è dominato da una profonda misoginia e dal rifiuto della vulnerabilità. Sonia è una ragazza kosovara emarginata e respinta dalla popolazione locale. Tra i due nasce un sentimento sincero, che prova a farsi strada in un contesto segnato da forti pregiudizi. Il loro legame diventa presto un amore impossibile, perché la rabbia del branco soffoca ogni spazio di libertà.

Il film si propone come un racconto visivo dove il paesaggio riflette lo stato d'animo dei personaggi. La notte e il cemento mostrano il vuoto e la confusione mentale che agita il loro animo. Usberti unisce la cifra di Prima della rivoluzione alle vibrazioni tragiche di stampo pasoliniano. Riprende da Bertolucci lo scontro tra sentimenti personali e regole sociali, mentre da Pasolini mutua il senso di un destino inevitabile. Si evocano anche le atmosfere di Francesco Sossai in Altri cannibali, dove l'ambiente isola i corpi dal resto del mondo. Lo sguardo è anche a Le città di pianura, nella disperata ricerca di un proprio posto nel mondo.

Usberti firma il suo primo lungometraggio, dopo aver diretto ottimi corti, tra cui Deux égarés sont morts, premiato a Cannes nel 2017. In quel lavoro mostrava la fuga del protagonista davanti all'incapacità di gestire le proprie emozioni dopo una rissa con il padre della fidanzata. Il tema dell'analfabetismo affettivo torna al centro di Prima della guerra, ma passa dalla dimensione individuale all'analisi accurata del gruppo.

La "guerra" a cui fa cenno Usberti non è un evento storico passato o futuro, ma un conflitto culturale e sociale che sta già maturando dentro le persone e nei territori che abitano. Il regista mostra la fragilità della mascolinità contemporanea. I ragazzi sono incapaci di mettere a nudo le proprie ferite e restano schiacciati tra il bisogno d'amore e il peso del retaggio culturale. Prima della guerra è un film privo di illusioni, che conferma che la violenza spesso nasce dove la noia incontra l'ignoranza.