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Nuestra tierra
Lucrecia Martel torna alla Mostra di Venezia otto anni dopo Zama. Ancora una volta lo fa Fuori Concorso, stavolta nella sottosezione Non Fiction. Con Nuestra tierra la regista argentina realizza un documentario doloroso, fortemente politico, che riporta a galla la tragedia che nel 2009 colpì la comunità indigena dei Chuschagasta, nel nord del paese: l’omicidio di Javier Chocobar per mano di un uomo e due complici arrivati lì rivendicando la proprietà di quelle terre.
Il video di quell’assassinio circolò anche in rete, ma solamente 9 anni dopo, nel 2018, prende vita il procedimento giudiziario a carico di quei tre uomini, due dei quali poliziotti in pensione.
Martel ci porta in quell’aula di tribunale, combinando alle deposizioni anche le voci e le fotografie della comunità, oltre che suggestive riprese via drone (fantastica, verso la fine, quella collisione con il volatile che comporta una nuova visione, ribaltata, di quelle magnifiche terre...): l’urgenza di Nuestra tierra non viene tenuta nascosta, il documentario intende sì mostrare l’andamento di quel processo (condannati ciascuno a molti anni di galera, verranno poi scarcerati dopo due anni) ma sposta altresì il fuoco della sua indagine sulla ricostruzione del percorso della comunità Chuschagasta, dal XVII secolo a oggi.
"Qual è l’importanza dell’umanità? Il nostro destino? – si chiede Martel: La ragione non offre rifugio, delegata a macchine non completamente intelligenti, ma che parlano la nostra lingua. È molto facile provare confusione. Chi detiene il potere abbraccia i nazionalismi, scatenando guerre e migrazioni forzate. Potrebbe essere la nostra più grande, e forse ultima, avventura: trovare un destino comune per la Terra”.
Luogo che per molti diventa formalmente inabitabile nel momento in cui interviene la macchina burocratica degli Stati, come ricorda molto bene il lavoro di Lucrecia Martel, nel momento in cui anche in sede di dibattimento processuale si ricorda “non è possibile stabilire con certezza” che quella terra appartenga a chi vive lì da oltre 350 anni perché “mancano le carte”.
Ma, ricorda ancora la regista, le popolazioni sono succubi dei “meccanismi razzisti della nostra lingua madre, che negano a molti l’accesso a uno spazio vitale. La lingua dei documenti: vite perse a causa di incartamenti dubbi e burocrazia inutile. Un documento storico è una sceneggiatura per una scena inesistente, al servizio dei suoi firmatari”.