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Mustang
Presentato nel concorso Progressive Cinema della XXI Festa del Cinema di Roma, Mustang è tante cose, forse troppe. È una testimonianza umana e un documentario di viaggio, una fuga dall’occidente e un viaggio in un mondo a parte. Ma forse, più di tutto, è il tentativo di tenere stretto chi non c’è più e di lasciarlo andare. Senza rinunciare alla sua assenza per sempre presente. Alla seconda regia dopo Mur, documentario su ciò che accade(va) sul confine tra Polonia e Bielorussia, Kasia Smutniak continua a esplorare le possibilità del cinema del reale in un altro film evidentemente personale ma capace di inquadrare qualcosa di più ampio e collettivo. E che, nel tenere fuori l’immagine pubblica e il lavoro per cui la conosciamo, ci dice – anzi: rivendica – che la vita viene prima.
Il lavoro della cosmopolita Smutniak, attrice carismatica che si concede poco e fa scelte professionali abbastanza oculate, è citato solo una volta dalla voce fuori campo di sua figlia Sophie. Ma il motivo è cruciale: è nel 2003, sul set di un film (Radio West) che Smutniak conosce il collega Pietro Taricone, dal cui amore è nata, appunto, Sophie. Il Mustang, regione montuosa del Nepal al confine col Tibet, irraggiungibile dalla capitale Katmandu se non con mezzi di fortuna e dopo tanti giorni di cammino, è il luogo del cuore della coppia. E lo capiamo soprattutto grazie ai filmini girati da Taricone, qui utilizzati da Smutniak in una tessitura che mette in dialogo il passato e il presente.
Tragicamente morto nel 2010, Taricone filmava tutto e si faceva filmare ovunque, un rito privato e pensato per la fruizione familiare in un’epoca che non prevedeva la pubblicazione in diretta delle nostre esperienze. Ma Smutniak rifugge l’ammiccamento della nostalgia: la scelta è ponderata ancorché sofferta perché ritrovare quelle immagini, e di conseguenza rivivere quei ricordi, ha una funzione terapeutica. E questa elaborazione del lutto, che passa per le immagini di ieri e ne interroga l’eredità, schiva il pietismo per lanciarsi nel futuro incarnato da Sophie, prima solo voce, poi bambina nei “flashback” e infine ragazza che ha scelto il Nepal per la sua ricerca artistica.


Mustang
Quel mondo a parte scoperto grazie ai genitori, che la “battezzarono” trekker a pochi anni, quel Mustang dove mamma Kasia, da ormai vent’anni, torna spesso e ci resta abbastanza, camminando per giorni e ritrovando ogni volta persone ormai diventate quasi dei congiunti. Anche perché lì, in una zona franosa e impervia, ha finanziato una scuola che consente ai bambini della regione di proseguire gli studi senza dover abbandonare le loro famiglie. Un sogno reso possibile dai finanziamenti raccolti tramite la fondazione intitolata a Taricone. E che deve fare i conti con la stanchezza di Kunzom, la donna che per dieci anni ha portato avanti la scuola (lei stessa, da ragazza, fu costretta ad abbandonare la famiglia per studiare in India, tornando a casa solo una volta all’anno), ma anche con lo sfollamento della regione e il conseguente inverno demografico nonché con la scadenza di un certo accordo governativo.
Sì, Mustang è tante cose, un po’ reportage e un po’ diario intimo, e qua e là manca di compattezza e precisione. E però, forse, la sua forza sta proprio nella sua libera precarietà, in quel muoversi seguendo le tante sollecitazioni incontrate nel cammino, dal desiderio di proteggere una comunità al rispetto nei confronti di una cultura antica (pressocché scampato il rischio di sfociare in un certo esotismo misticheggiante), da un bisogno di spiritualità che non ha una vera etichetta alla condivisione di un quotidiano che somiglia all’orizzonte emotivo dell’autrice. Ma soprattutto la necessità di custodire la memoria di un amore, tramandarne l’eredità, seguire le tracce lasciate nel mondo. Perché la vita viene prima e va avanti e altri amori arrivano a illuminarci di grazia e di senso. Tenerlo stretto e lasciarlo andare, senza mai dimenticare.



