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Pietro Taricone in Mustang (2026)
Il Mustang è una remota regione montuosa del Nepal settentrionale, al confine con il Tibet. Così lontano da essere scomodo anche per la longa manus del potere statale. Lo chiamano ultimo Tibet, per sottolineare il legame profondo con il buddhismo tibetano e l’accezione di riserva spirituale. Mustang è il secondo film da regista di Kasia Smutniak. Un lavoro che sembra averla cercata a lungo, quasi si fosse acquattato in tutti questi anni di traversata nella terra del dolore. Mustang è infatti il luogo in cui Kasia Smutniak e Pietro Taricone hanno viaggiato insieme all'inizio della loro relazione. E in cui adesso la regista torna insieme a Sophie, la figlia avuta dalla relazione con il compagno morto tragicamente. Come e più che in Mur, il precedente lavoro da regista, la memoria privata della Smutniak entra in relazione con una dimensione più ampia. E torna l’idea di un confine che non è solo territoriale.
Dal muro tra Polonia e Bielorussia al limite geografico che separa il Nepal dal Tibet, risuonano distanze e tangenze di altra natura. Il lavoro documentario nasce da queste fratture, s’impone quasi per necessità palliativa ma si precisa come pratica sartoriale. Nel 2003 Kasia Smutniak e Pietro Taricone, che si conoscono da poco, raggiungono il Mustang con una piccola videocamera. Scoprono un territorio remoto, entrano in contatto con la sua popolazione e si scambiano la promessa di tornare e contribuire alla salvaguardia di quella cultura. La morte di Taricone nel 2010 interrompe la possibilità di realizzare insieme il progetto. Più di vent'anni dopo, è la loro figlia Sophie a fare da filo conduttore di una narrazione ricomposta, che intreccia le immagini girate dai genitori, i viaggi successivi della madre e la realizzazione di un impegno concreto, contribuire alla costruzione di una scuola per i bambini della regione, affinché possano studiare senza abbandonare le proprie famiglie e la cultura d'origine.


Mustang (2026)
Un circuito di comunicazione che abbraccia in primis la Smutniak e il compagno perduto; quindi la figlia, che rimette in circolo la memoria familiare donandole un senso nuovo; fino al Mustang e la sua comunità, che sottraggono il privato da un’eredità più ampia e responsabile. E che impedisce al film di ridursi a un film autobiografico o a un ritratto memoriale di Pietro Taricone.
La cui presenza nel film non è meno forte o necessaria. L’utilizzo delle riprese originali realizzate da Taricone determina invece un interessante cortocircuito tra la loro intenzione originaria (quando il loro autore le gira non poteva conoscere il destino suo e della propria famiglia) e il significato che la regista, la figlia e infine lo spettatore gli conferiscono oggi. È uno dei motivi emotivamente più forti del film e dipende dalla circostanza che quelle immagini sono il risultato dello sguardo dell’assente. Taricone è insieme oggetto e soggetto di narrazione e ne condizione il punto di vista attraverso ciò che ha filmato.
L’altro elemento peculiare è il ruolo della figlia Sophie, nata dopo il viaggio originario. Sophie non ha vissuto il Mustang del 2003, ma attraverso le immagini può entrare in relazione con un'esperienza che precede la sua nascita e che appartiene alla storia dei suoi genitori. La sua voce e il suo sguardo introducono un secondo livello di memoria, diverso da quello della madre. Kasia ricorda qualcosa che ha vissuto, Sophie invece deve ricostruire una memoria mediata. Il racconto scivola dal ricordo individuale alla trasmissione intergenerazionale. Sophie è, contemporaneamente, destinataria e autrice di una memoria nuova.
L'ambientazione himalayana introduce infine una prospettiva ulteriore. Il buddhismo tibetano, con la sua teoria dell'impermanenza, della trasformazione e della natura ciclica dell'esistenza (il concetto di Samsara) forniscono al progetto della Smutniak più che una stampella spirituale. E non perché propugni la fede nella reincarnazione di Taricone, ma per suggerire metaforicamente che la morte non esaurisce gli effetti di una vita sulla vita degli altri. La realizzazione della scuola è uno dei compimenti a posteriori di quella vita.
Lo sguardo della Smutniak non ruberà gli occhi. Il suo è un lavoro lineare, chiaro, emotivo, non innovativo. È brava però nel trovare accordo tra filmati personali, riprese contemporanee e pluralità di voci. La cosa però interessante di Mustang è come lavora sullo statuto dell'immagine. Come cambia segno un archivio privato se inserito in un racconto collettivo. Come passa dal memoriale al testimoniale e viceversa, in un continuo movimento di trasmissione tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere.



