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Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra (2026)
Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. Il titolo è già un programma. Raccontare l'adolescenza femminile fuori dalle convenzioni, dalle rappresentazioni rassicuranti e dagli stereotipi del cinema italiano. Ci prova Pierluca Di Pasquale con la sua opera prima presentata ad Alice nella Città, adattando l'omonima graphic novel di Ratigher.
Al centro due ragazze, Motta e Castracani, unite da un'amicizia e da una singolare ossessione per gli esami medici. Un interesse che diventa il segno della loro diversità, il linguaggio attraverso cui esprimono un'identità in fieri, ma anche il presagio di una tragedia destinata a cambiare il corso delle loro vite. Meglio non aggiungere altro, perché il film costruisce proprio intorno a questa progressiva presa di coscienza il suo racconto di crescita, amicizia e maturazione.
Di Pasquale cerca di recuperare anche gli stilemi della graphic novel, alternando le sequenze dal vero a inserti digitali che visualizzano piastrine, processi biologici, interni del cervello. Soluzioni che accolgono l'immaginario delle protagoniste, dando forma alle loro ossessioni. È uno degli aspetti più curiosi di un film che, almeno nelle intenzioni, cerca una propria eccentricità visiva e narrativa.
A sostenerlo però sono soprattutto le due giovani interpreti, Sara Ciocca e Anita Serafini, convincenti nel restituire la complicità, le inquietudini e le contraddizioni delle protagoniste. E va riconosciuto al film il tentativo di rappresentare l'adolescenza femminile in maniera meno ortodossa rispetto a una produzione italiana spesso prigioniera di modelli narrativi e caratterizzazioni prevedibili.
Il problema è che all'originalità delle intenzioni non corrisponde sempre quella della realizzazione. La scrittura resta piuttosto elementare, i personaggi schematici e la messa in scena, nonostante qualche soluzione interessante, fatica a trovare forza espressiva e originalità.
Gli adulti sembrano esistere in funzione delle ragazze. Fa eccezione la psicologa interpretata da Barbara Chichiarelli, l'unica che lasci intravedere un percorso di trasformazione, o meglio “di adattamento”, per usare parole sue del copione. Gli altri, a cominciare dalla madre interpretata da Antonia Truppo, restano sostanzialmente prigionieri di una caratterizzazione stereotipata. Curiosa, poi, la quasi totale rimozione delle figure maschili: fatta eccezione per il fidanzatino di Motta, i padri non vengono mai inquadrati in volto. Una scelta però che finisce anche per accentuare la schematicità del mondo adulto.
Ne risulta un film simpatico, godibile, a tratti persino fresco, che tuttavia non riesce a trasformare la propria promessa eccentricità in vera originalità o necessità espressiva. Di Pasquale prova a fare qualcosa di diverso rispetto agli standard del nostro cinema, ma resta ancora distante da quella complessità di scrittura e di sguardo che caratterizza le esperienze più interessanti del coming of age europeo e americano.
Rimane poi il dubbio relativo a chi parli davvero questo film. Alle ragazze di cui racconta la diversità, oppure agli adulti che possono guardarle con simpatia, tenerezza e un pizzico di indulgenza? L'effetto simpatia funziona, certamente. Che sia sufficiente a dare voce alle giovani generazioni è però da dimostrare. Bisognerebbe chiederlo a loro.



