“Special One è un soprannome di merda che mi hanno affibbiato in Inghilterra”. – “Mi fa sorridere che tu lo dica di fronte ad una tua gigantografia”…

E subito dopo le immagini di archivio ci riportano alla conferenza di presentazione del 2004, quando diventò allenatore del Chelsea la prima volta, all’indomani della vittoria della Champions League con il Porto: “Sono campione europeo, non sono uno qualunque, I think I’m special one”.

È sin da subito chiaro che tra gli obiettivi della docuserie in 3 episodi disponibile su Netflix, Mourinho, ci sia anche la volontà di non galleggiare solamente sui lidi dell’agiografia di un vincente (“Non credo si facciano documentari su chi non ha mai vinto nulla”…) ma di portare in superficie anche quelle eclatanti contraddizioni che ormai da oltre vent’anni caratterizzano la carriera e la personalità di uno tra gli allenatori più iridati e più riconoscibili (anche tra i non appassionati) della storia del calcio moderno.

Realizzata dallo stesso team produttivo di Beckham e diretta da Joe Pearlman, la docuserie offre un incontro ravvicinato con il grande tecnico portoghese (piaccia o meno, personaggio dal fascino sempre indiscutibile) e con i numerosi campioni con i quali ha condiviso gioie (e in alcuni, rari casi, dolori): “I giocatori forti li rendo più forti. Per i mediocri non c’è storia”.

Ecco allora che inevitabilmente si parte da John Terry e Frank Lampard, i due pilastri insieme al portiere Cech e al centravanti Didier Drogba (“Se vuoi rimanere a fare il re di Marsiglia fai pure, se vuoi vincere vieni da me”) con cui costruì il nuovo corso del Chelsea di Abramovich (nel 2004-2005 vincerà il titolo inglese al primo tentativo, subendo solamente 15 gol, cinquant’anni dopo la prima e unica affermazione nazionale, bissando il successo nella stagione successiva): “Avrei dato qualsiasi cosa per lui. Anche lasciare il campo nella cassa da morto”, racconta l’allora capitano dei Blues, Terry, ed è una frase che più di ogni altra dà la misura del rapporto simbiotico che (quasi) sempre Mourinho ha saputo instaurare in ogni club dove è stato chiamato a lavorare.

Cr. Courtesy of Netflix © 2026
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MOURINHO. José Mourinho in MOURINHO. Cr. Courtesy of Netflix © 2026 (Courtesy of Netflix )

Certo, oltre alla “maledizione” delle terze stagioni (un po’ ovunque, dal Chelsea al Real Madrid, fino alla recente esperienza sulla panchina della Roma, il terzo anno coincide sempre con l’esonero) – non a caso l’idillio con l’Inter è l’unico a concludersi (per sua volontà) al secondo anno (2010) nella gloria eterna del Triplete (la sola squadra italiana nella storia ad esserci finora riuscita) – non sono mancate le situazioni ambigue (“Se hai lavorato con lui conosci le sue capacità, sai come lavora, conosci il suo potenziale. Ma se l’ambiente non riesce a gestirlo, allora è quasi meglio non averlo. L’esperienza ti distrugge”, come racconta Peter Kenyon, chief executive del Chelsea dal 2003 al 2009, o quelle ad altissimo potenziale distruttivo, su tutte la polveriera che si creò negli anni a Madrid. Dove, guarda caso, Mourinho è stato ora richiamato (chissà se riuscirà anche qui a bissare le fortune della seconda esperienza al Chelsea, quella dal 2013 al 2015, ritorno “a casa” proprio per lenire le ferite subite in Spagna).

Allora, praticamente la sera stessa che alzò la Champions (proprio a Madrid) con l’Inter, Mourinho venne ingaggiato con uno scopo ben preciso: interrompere il dominio incontrastato del Barcellona stellare di Pep Guardiola (+Messi). Obiettivo in parte raggiunto, certo non senza qualche difficoltà: il primo scontro è quello della “manita”, quel 5-0 umiliante e doloroso (“Non ho mai subito una sconfitta simile in tutta la mia carriera”) con cui i blaugrana disintegrarono i blancos, poi però arrivò la vendetta in finale di Coppa del Re (trofeo che ai madrileni mancava da 18 anni) e, l’anno successivo, la vittoria della Liga. L’altra ossessione del Real, la Champions, restò un miraggio, come pure la possibilità di ricreare quell’empatia al limite del rapporto carnale dentro uno spogliatoio dove l’ego di ciascun giocatore mal si sposava con il concetto di “squadra”: tra tutti il conflitto più plateale fu quello con il portiere-capitano Iker Casillas, leggenda (anche della nazionale spagnola) con il quale “la corda si tirò talmente al punto di spezzarsi”, per ammissione dello stesso calciatore.

Mourinho, come da tradizione, quantomeno dialettica, non fa mai zero-a-zero, e non si trincera se c’è da fare nomi e cognomi, che si tratti della storica diatriba con Arsene Wenger ai tempi manager dell’Arsenal o del confronto “massacrante”, quotidiano con Guardiola, che nel 2012 lasciò il Barcellona annunciando che aveva bisogno di riposo: “Alcuni hanno bisogno di un anno sabbatico, cosa che detesto. Odio quella parola. Per me significa debolezza. Non parlatemi di anni sabbatici. Non ho mai bisogno di riposare. Riposerò quando mi chiamerà Lui per andare lassù”.

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MOURINHO. (L to R) Zlatan Ibrahimović, Pep Guardiola, José Mourinho in MOURINHO. Cr. Courtesy of Netflix © 2026 (Courtesy of Netflix )

C’è anche spazio, ovviamente, per rivangare l’episodio avvenuto nel secondo ciclo al Chelsea, quando si scagliò a male parole contro la dottoressa Eva Carneiro, entrata in campo per soccorrere Hazard (a dire del tecnico non ce n’era alcun bisogno) costringendo così la squadra a riprendere il gioco in 9 uomini: prima demansionata e poi licenziata, la dottoressa fece causa sia al Chelsea che a Mourinho.

Si commuove invece quando ripensa al padre Félix (scomparso nel 2017), ex calciatore e allenatore proprio come lui, e non fa mistero che per una vita/carriera come la sua, inevitabilmente, moglie e figli devono imparare a fare i conti con la sua assenza. Ma non chiedetegli qualcosa in più sulla vita privata, in primo luogo perché ci tiene a proteggere la sua privacy e quella di chi gli sta intorno, ma soprattutto perché mosso dalla convinzione che alla gente non deve interessare la vita degli altri: “Quello che conta è la carriera”.

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MOURINHO. José Mourinho in MOURINHO. Cr. Courtesy of Netflix © 2026 (Courtesy of Netflix )

E quando gli si fa notare che forse, nell’ultimo decennio (dal Manchester United al Tottenham, poi la Roma, infine le brevi parentesi di Fenerbache e Benfica), i fasti di un tempo sembrano solamente un ricordo, José non si scompone: “Con lo United ho vinto tre titoli tra cui una coppa europea (l’Europa League, ndr); con il Tottenham ho raggiunto una finale di Coppa che poi non ho giocato (perché venne esonerato prima, ndr), quello che ho fatto con il Porto l’ho rifatto con la Roma tre anni fa: col Porto era la Champions League, con l’altra la Conference League (diventando così, al momento, l’unico allenatore ad aver vinto tutte e tre le principali competizioni UEFA attualmente esistenti, ndr)”. Sì, ok, ma la Champions?: “In ogni situazione ci sono obiettivi in relazione al potenziale. E io mi impegno per quelli. Piccoli miracoli, piccoli. E i grandi? Li fa Gesù Cristo”.