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Monster: The Lizzie Borden Story. Ella Beatty as Lizzie Borden in episode 401 of Monster: The Lizzie Borden Story. Cr. Courtesy of Netflix © 2026
"Io ti vedo, Lizzie Borden, e ti ringrazio". Una frase fondamentale, forse la più importante di Monster: la storia di Lizzie Borden, quarta stagione del franchise Netflix. A pronunciarla è Sarah Paulson nei panni della serial killer Aileen Wuornos (una che si è portata dietro dei traumi giganteschi prima di essere giustiziata). Aileen, in una visione onirica, si rivolge a Lizzie e, prima di essere sottoposta all'iniezione letale, la definisce la "donna che non è stata condannata". In mezzo, la musica pop che fa da tramite, connettendo due epoche. Nello specifico, Carnival di Natalie Merchant.
Voi direte: cosa c'entra la vicenda di Wuornos, già raccontata tante volte al cinema e in tv (basti pensare a Monster di Patty Jenkins, che valse l'Oscar a Charlize Theron), con la figura di Borden? C'entra, eccome se c'entra. Perché, forse in un divagante eccesso, l'ultima stagione di Monster pone in parallelo due storie in cui le vittime e i carnefici sono facilmente scambiabili. Anzi, sono così sovrapponibili che la serie, a volte, tende a racchiudere due protagoniste (quasi tre), indecisa su quale prediligere, al netto di un simbolismo ricorrente.
Perché poi bisogna dirlo: arrivati alla quarta storia, forse, il format "mostruoso" ideato da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix avrebbe bisogno di una rinfrescata, considerando quanto la struttura sia ormai troppo reiterata nel quesito, spesso ingombrante, posto dalle rispettive stagioni: chi sono i veri mostri? E poi: mostri si nasce o si diventa?


In questo senso, Monster: la storia di Lizzie Borden non aggiunge granché, e anzi esplica il quesito nel modo più didascalico possibile, impacchettando uno show che, giustappunto, si chiede quale sia il confine tra uso e abuso della violenza. Nulla di nuovo? Esatto. Inoltre, si riflette sulla figura femminile, nel contesto di un'idea che la vorrebbe estranea ai crimini più violenti perché "moralmente e fisicamente sarebbe impossibile imputare un crimine del genere a una donna", come sostenne l'avvocato difensore di Lizzie, accusata di aver ucciso a colpi d'ascia il padre e la matrigna. Da qui, una sorta di scalata che eleverà Borden a icona femminista.
Scritta da Brennan e diretta in alternanza da Max Winkler e Sarah Adina Smith, Monster: la storia di Lizzie Borden si prende non poche (e comunque lecite) licenze poetiche, portando in scena, con la solita affascinante ma abusata estetica targata Netflix, la vicenda vera della giovane Lizzie (Ella Beatty) che, secondo i capi d'accusa, fece fuori in un caldo agosto del 1892 i coniugi Andrew e Abby Borden (Charlie Hunnam e Rebecca Hall).
In qualche modo, ci dice lo show, l'ispirazione per la morigerata Lizzie potrebbe essere arrivata indirettamente dalla domestica Bridget (Vicky Krieps) che, secondo la spiccata immaginazione di Brennan, le avrebbe raccontato le sanguinose avventure di Elisabetta Báthory (interpretata dalla stessa Krieps), meglio conosciuta come "Contessa Dracula". Certo, a guardare lo show, e al netto di una vendetta che legittima non è, verrebbe da dire che gli spregevoli Andrew e Abby se la siano alquanto cercata (?), avendo vessato, svilito e psicologicamente torturato la povera Lizzie. Stesso discorso per la linea narrativa di Aileen Wuornos che, dalla quarta puntata in poi, sgomita non poco, facendo venire il dubbio che i creatori volessero puntare più su di lei che su Lizzie.


Ben prima dell'uscita, i protagonisti hanno tirato in ballo Cenerentola come primo riferimento adottato dalla produzione. Con tanto di esecrabile matrigna (ottimo lavoro di Rebecca Hall) e con i topini che, invece, diventano candide colombe (i volatili sono centrali nella narrazione: metafora di libertà). In questa controlettura, che segue il flusso dell'empowerment femminile, però, Monster non svetta rispetto alle precedenti storie del franchise e sembra procedere orizzontalmente, senza una personalità che possa in qualche modo farla distinguere.
Da qui l'espediente: aggiungere la tristemente famosa Aileen Wuornos per dare più velocità e più spessore, anche se poi la sostanza ci sarebbe, se non fosse dissipata nell'estenuante ricerca del confronto e dell'allegoria. La fatidica domanda che pone lo show, in questo caso, sembra addirittura superata, quasi scaduta, se pensiamo a quanto la vicenda di Lizzie (alla fine del processo fu scagionata, e morì molto ricca nel 1927 lasciando gli averi ad associazioni animaliste) lasci pochi dubbi rispetto alla conflittualità della Borden, che qui viene smussata da una certa facilità di lettura: ogni azione, anche la più brutale, è una diretta conseguenza del mondo circostante, che violenta e incattivisce. Per questo l'intenzione, questa volta nemmeno troppo velata, è ritrarre Lizzie (in tris con Bridget e Aileen) come una specie di eroina di un tempo in cui era complicato, se non impossibile, per una donna avere una personalità capace di andare oltre la pressione di una società gretta e maschilista. E c'è di più: nell'atto finale Borden è protagonista di un cambiamento epocale, diventando simbolo del suffragio femminile negli Stati Uniti sulla scia dell'attivismo di Susan B. Anthony.
Lizzie, almeno stando alla serie, è parte integrante di una reazione che non ha nulla a che vedere con gli assassini già raccontati (tanto che lo sottolinea pure Aileen: "Non sono una pazza come Jeffrey Dahmer"). Lo script, di per sé gracile rispetto ai fatti, che vengono allungati a favore dello storytelling (e le otto puntate ormai sono diventate un peso), riempie i vuoti con la storia d'amore saffica e disfunzionale tra Lizzie e Bridget: splendide, arrabbiate e disadattate, fin troppo intelligenti per confrontarsi con una realtà molto più mostruosa dei cosiddetti mostri. Però, appunto, dopo averlo detto e ripetuto per quattro stagioni, il format ha abbondantemente superato la ridondanza, sfiorando, ahinoi, la noia.
